Self Balancing Scooter Self Balancing Scooter Sale Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. Così recitava uno dei più conosciuti slogan del Socing, acronimo di Socialismo Inglese, il partito totalitario ed onnipervasivo all’interno del romanzo di George Orwell 1984. Il Ministero della Verità,…
Read more »

Self Balancing Scooter
Self Balancing Scooter Sale

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. Così recitava uno dei più conosciuti slogan del Socing, acronimo di Socialismo Inglese, il partito totalitario ed onnipervasivo all’interno del romanzo di George Orwell 1984. Il Ministero della Verità, centro nodale del futuro distopico descritto da Orwell e luogo di lavoro del protagonista, svolgeva il compito di rianalizzare e modificare i documenti e i giornali del passato per adattarli alla situazione storica contingente attraverso un’opera di revisionismo storico esplicito e formalizzato.

 

Erdogan big brotherSeppur tale situazione sia ovviamente molto distante da quella della Turchia moderna un episodio, passato sotto traccia di fronte alla drammaticità dell’attualità, riporta alla mente il lavoro del ministero orwelliano. Sul sito ufficiale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), il partito di governo dalle cui fila provengono tanto il presidente Erdoğan quanto il primo ministro Davutoğlu e l’ex presidente Gül, la lista dei membri fondatori è stata di recente aggiornata diminuendo il numero dei fondatori da 64 a 61. A farne le spese proprio l’ex presidente che, consumata la rottura politica con il suo buy modafinil successore, ha visto il proprio nome e foto sparire dall’elenco dei fondatori insieme a quello dell’ex ministro degli esteri Yakış e ad altri due membri (Topaloğlu e Kumral) mentre è stato aggiunto il nome, per la verità sconosciuto, di Ceyhun Yasemin Şimşek per cui al posto della foto è presente lo stemma del partito. L’episodio, che potrebbe quasi far sorridere, si inserisce però all’interno di un contesto che, negli ultimi anni ha subito profonde trasformazioni. Spartiacque è stato il movimento di Gezi Parkı che, oltre a rappresentare la più rilevante protesta di piazza dalla fondazione della terza Repubblica (1982) ha dato al via alla rottura consumatasi con il movimento dell’imam Fetullah Gülen a cui sono seguiti una serie di scandali che hanno colpito l’AKP, e lo stesso Erdoğan, le elezioni del Giugno scorso che hanno registrato il peggior risultato nella storia dell’AKP e quelle di Novembre che ne hanno invece sancito il rientro in campo come dominatore. Nuovo Zaman

Tre sviluppi hanno accompagnato questo periodo che dal Maggio 2013 arriva sino ad oggi

Il primo è il forte peggioramento sul tema della libertà di informazione. Stando ai rapporti pubblicati da Freedom House la libertà di stampa in Turchia si trova all’interno di un trend negativo che, dal 2009, ha visto il paese precipitare in tutti gli indicatori e passare, nel 2012, dall’elenco dei paesi “parzialmente liberi” a quello dei “non liberi” con un dato particolarmente preoccupante per quel che riguarda il “legal environment” dove alla Turchia è stato dato un punteggio di 24/30 Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Commitee to protect Journalists – CPJ) rileva come in Turchia, al primo dicembre 2015, quattordici giornalisti risultassero detenuti e come la situazione, in questi primi mesi del 2016, non appaia in via di miglioramento. Il caso più eclatante degli ultimi mesi è stato senza dubbio la chiusura del quotidiano Zaman e della collegata agenzia di stampa Cihan. Tale giornale rappresentava il quotidiano più diffuso in Turchia canadian pharmacy online e, negli ultimi due anni, aveva preso fortemente le distanze dalle posizioni espresse dal governo. Il giornale infatti ha da sempre un forte legame con il movimento di Fetullah Gülen, l’imam autoesiliatosi negli Stati Uniti, a cui Erdoğan ha dichiarato guerra accusandolo di aver costituito uno “stato parallelo” all’interno degli apparati pubblici (specialmente polizia e magistratura) con il quale avrebbe condotto una campagna diffamatoria e giudiziaria contro il presidente e il partito di governo al fine di sovvertire l’ordine democratico ed attuare un colpo di stato. Il 4 Marzo scorso la testata giornalistica è stata posta sotto amministrazione giudiziaria accusata di essere parte del progetto diffamatorio eversivo di Gülen. Alle manifestazioni che sono seguite al raid con cui la polizia ha rimosso i vertici del quotidiano cannoni ad acqua e lacrimogeni sono stati utilizzati per disperdere i manifestanti. L’edizione del 6 Marzo, la prima della nuova gestione, presentava un’immagine di Erdoğan accanto alla scritta “Storica eccitazione per il ponte” mentre l’edizione in lingua inglese (Today’s Zaman) è stata canadian pharmacy viagra messa off-line e i suoi contenuti risultano attualmente [30/03/2016] inaccessibili.

Il secondo sviluppo riguarda l’evoluzione della questione dei rifugiati siriani. Attualmente sul territorio turco sono presenti circa 2,5 milioni di rifugiati suddivisi tra campi allestiti nei pressi del confine e nelle principali città. La scelta della politica della porta aperta appare ad oggi non reversibile a causa delle dinamiche in corso sul suolo siriano. Con l’emergere dell’ISIS infatti Assad, che tre anni fa era sostenuto soltanto dalla Russia e dall’Iran, appare oggi molto più accettabile per le potenze occidentali in quanto sembra l’unico in grado di poter controllare lo Stato Islamico senza l’intervento militare diretto di paesi NATO. Peculiare però è il caso della Turchia che, dopo aver tentato di porsi come mediatore nei primi mesi del conflitto, ha apertamente osteggiato il raìs siriano e favorito, almeno stando a quanto riportato da numerosi fonti internazionali, alcune fazioni di ribelli. Inoltre la comune avversione verso l’ISIS e le altre formazioni islamiste ha diminuito le tensioni tra Damasco e il Kurdistan siriano che ha acquisito un’autonomia de facto sulle provincie curde di Siria, riunite sotto il nome di Rojava, e guidate dal Partito dell’Unione Democratica (PYD). Un’entita nazionale curda ai propri confini rappresenterebbe già da sola uno spauracchio per Ankara, il fatto che poi sia guidato dal PYD, una formazione ideologicamente e politicamente vicina al PKK (formazione indipendentista marxista operante in Turchia) aggrava ulteriormente la situazione. In un tale contesto la leva costituita dalla popolazione siriana sul proprio territorio rimane l’unica nelle mani di Ankara per poter avere voce in capitolo nel contesto siriano. Se a questo si aggiunge che chiudere i confini stigmatizzerebbe il fallimento di una politica che l’AKP ha perseguito sin dall’inizio del conflitto si comprende come, di fatto, essa possa considerarsi ormai irreversibile. Diversa è la questione all’interno dei rapporti con l’Europa. Recentemente infatti è stato siglato un accordo che mira a gestire in maniera ordinata i flussi scoraggiando l’immigrazione illegale attraverso il principio del “un siriano per un siriano”. Stando al testo discusso lo scorso 7 Marzo infatti ogni siriano che dovesse essere colto ad entrare illegalmente in Europa sarebbe rimpatriato immediatamente e, al suo posto, ad un altro rifugiato verrebbe permesso di varcare il confine. Tralasciando le numerose questioni di giustizia internazionale ed efficacia che un tale accordo solleva, il fatto stesso di essersi seduti al tavolo ed essere giunti ad un compromesso rappresenta un risultato positivo per la Turchia. La Turchia infatti, oltre ad incassare 6 mld. di Euro per la gestione dei rifugiati, ha vincolato l’accordo ad una ripresa dei negoziati di adesione che, se anche non dovessero andare a buon fine, rappresentano comunque un ottimo viatico per il reinserimento nel framework europeo e per riallacciare le relazioni con la Germania, paese con un peso specifico sufficiente ad esercitare pressioni per la rimozione del veto posto dalla Repubblica di Cipro su alcuni importanti capitoli negoziali.

Abdullah Gul ve Yasar Yakis 'kurucu uye' listesinden cikarildiIl terzo sviluppo riguarda la questione della sicurezza all’interno del Paese. L’area sud-orientale (quella a maggioranza curda) appare essere la più colpita con la fine della tregua e del processo di pace con il PKK e la ripresa delle operazioni militari tanto dei guerriglieri curdi quanto degli apparati di sicurezza nazionale. La tensione si è spostata anche nelle grandi città come dimostrato dal recente attentato di Ankara rivendicato dai “Liberi falchi del Kurdistan” formazione illegale che nel rivendicare l’attentato, ha dichiarato di aver agito come ritorsione per le operazioni delle forze di sicurezza. Inoltre altri attentati, tra cui il kamikaze fattosi esplodere nei pressi di Istiklal Caddesi (viale ad altissima densita turistica di Istanbul), sono stati rivendicati da elementi vicini all’ISIS. Quest’ultimo, oltre al perenne richiamo alla riconquista di Istanbul, città di altissimo valore simbolico per il califfato, ha recentemente aumentato il proprio risentimento verso Ankara a seguito dell’inizio dei bombardamenti operati dall’aviazione turca sul territorio siriano ed iracheno per colpire le principali basi operative dello stato islamico e del PKK.

Di fronte a tali minacce e con un Europa attenta a non compromettere un accordo sul tema dei rifugiati, tematica altamente controversa e dibattuta al suo interno, la rimozione di alcuni membri fondatori dal sito dell’AKP ha avuto, comprensibilmente, poco risalto. La scelta dell’ex presidente Gül di raccogliere attorno a sé fuoriusciti dell’AKP per fondare un nuovo partito non pare in grado di innescare profonde conseguenze nel panorama politico interno.

Nel mondo reale il futuro  non è controllabile neanche da chi tenta di controllare il passato e, nella Turchia odierna, persino il Grande Fratello avrebbe difficoltà a controllare il presente.