Il 2016 sarà un anno importante per Taiwan; a gennaio si terranno, infatti, le elezioni presidenziali. Secondo tutti i sondaggi, il partito di maggioranza, il Kuomintang, potrebbe perdere la presidenza di Taiwan, cedendo così lo scettro al Partito Democratico Progressista. Inaspettatamente, però, l’attuale presidente, Ma Ying-jeou, ha sfoderato un asso…
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Il 2016 sarà un anno importante per Taiwan; a gennaio si terranno, infatti, le elezioni presidenziali. Secondo tutti i sondaggi, il partito di maggioranza, il Kuomintang, potrebbe perdere la presidenza di Taiwan, cedendo così lo scettro al Partito Democratico Progressista. Inaspettatamente, però, l’attuale presidente, Ma Ying-jeou, ha sfoderato un asso nella manica che potrebbe cambiare le sorti del paese.

Taiwan è una giovane democrazia, solo alla sua sesta elezione presidenziale. Prima del 1996, i presidenti di Taiwan venivano eletti da un’assemblea nazionale dell’unico partito ammesso, il Kuomintang, estromettendo la maggior parte del popolo dalla vita politica dell’isola. Nei primi anni di democrazia il Kuomintang ha vinto quasi tutte le elezioni, ma in tempi più recenti il suo potere politico si è eroso. Un chiaro esempio di tale perdita sono state le elezioni locali di novembre 2014, quando il Partito ha vinto in sole 6 municipalità, un notevole calo se confrontate alle 14 conquistate nel 2010.

A Taiwan, il Kuomintang guida la coalizione Pan-Blu, che unisce gli altri partiti conservatori minori, spesso troppo piccoli per arrivare alla soglia minima del 5% e costretti a fare squadra con il più forte per eleggere i propri candidati. La coalizione blu è pro-unificazione con la Cina continentale, ma solo nel caso in cui il Partito Comunista Cinese (PCC) della Repubblica Popolare (RPC), transiti verso un buy modafinil sistema politico democratico. Ma, recentemente il Kuomintang si è spostato su una linea più moderata e ora il partito crede in un più realistico ed elastico “status quo” tra Cina e Taiwan, abbandonando così la dura retorica che il Kuomintang usava durante la guerra fredda. Tuttavia, negli ultimi mesi si è verificata una dura lotta per la candidatura presidenziale all’interno del partito, che ora sembra essersi chiusa. Tre mesi prima delle elezioni, il Kuomintang ha canadian pharmacy viagra dovuto cambiare il proprio candidato. Hung Hsiu-chu, è stata, infatti, sostituita nel mese di ottobre dal sindaco di Taipei, Eric Chu. Questa decisione è stata presa dal partito a causa dei pessimi risultati riportati nei sondaggi dalla Hung, risultati che sembravano posizionare il Kuomintang addirittura al terzo posto.

REUTERS

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Dal canto suo, il Partito Democratico Progressista (DPP) guida l’opposizione e la coalizione Pan-Verde, che come quella Pan-Blu contiene altri partiti più piccoli, ma ha una differente posizione politica verso la Cina. La coalizione pan-verde sostiene l’indipendenza dell’isola, e considera Taiwan un paese sovrano separato dalla Cina. Ma, diversamente dal Kuomintang, all’interno del Partito Democratico Progressista non ci sono state battaglie per la candidatura, anzi, fin dall’inizio, il candidato del DPP è stato sostenuto da tutta la linea del partito. Il leader è Tsai Ing-wen, che ha conquistato la presidenza del partito nel 2008 e ha già corso per la presidenza del paese nel 2012, uscendone sconfitta contro l’attuale presidente Ma Ying-jeou. Oggi, Tsai riprova a diventare il primo presidente donna di Taiwan, e, secondo gli ultimi sondaggi, sembra essere molto vicina al risultato.

Di recente, però, Ma Ying-jeou ha giocato una carta del tutto inaspettata. Per la prima volta, dopo 66 anni, i leader di Cina e Taiwan si sono incontrati a Singapore, il 7 novembre scorso. L’incontro è stato breve e il linguaggio informale, entrambi i leader hanno evitato l’appellativo “presidente”, preferendo la meno imbarazzante formula “mister”, dato che nessuno dei due riconosce l’altro governo. Anche se non c’è stato alcun accordo o dichiarazione congiunta, l’incontro è stato comunque significativo e carico di importanza. Tuttavia,canadian pharmacy online rimane evidente che dopo anni di minacce e provocazioni da ambo le parti, i tempi non siano ancora maturi per un accordo, specialmente in campagna elettorale. Nonostante gli attriti, negli ultimi trent’anni i punti di contatto tra i due paesi sono aumentati, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping ha voluto sottolinearlo: “i rapporti tra RPC e Taiwan non sono mai stati così amichevoli negli ultimi 30 anni”. Molti rapporti commerciali attraversano lo Stretto di Taiwan; uno di questi, e forse il più importante, è l’Accordo di Cooperazione Economica, un trattato economico di successo che ha permesso di aumentare i contatti tra i due paesi, in particolare nel turismo. È necessario dire, che i due leader giocano su due piani diversi: Xi è un leader che sta cavalcando l’onda del panorama politico cinese e finora nessuno sembra impensierire la sua leadership; Ma si trova invece ormai alla fine del proprio mandato presidenziale e non è così sicuro che il suo partito eleggerà un suo candidato alle prossime elezioni presidenziali.

Entrambi i paesi accettano formalmente la “politica di una sola Cina“, ma, trovandosi dalle parti opposte dello schieramento, la accettano con interpretazioni opposte. Intanto, nel 2005, Pechino ha ratificato una legge “anti-secessione“, che, nel caso di indipendenza formale di Taiwan, porterebbe la Cina ad intervenire militarmente contro l’Isola. Un’invasione militare anfibia o aerea non sarebbe però semplice e senza rischi; al contrario, il rischio di fallimento sarebbe piuttosto alto, anche considerando l’ammodernamento militare cinese.

Ad uno sguardo superficiale, l’incontro potrebbe essere visto come un notevole passo avanti per la conciliazione dei due paesi, ma al suo ritorno il presidente taiwanese si è scontrato con una parte dell’opinione pubblica. Uno dei principali giornali di tutta l’isola, il Taipei Times, con tendenze indipendentiste, si è scagliato contro Ma, accusandolo di vendere il paese solo per ritagliarsi il suo posto nella storia. Ma la realtà è che la maggioranza della popolazione di Taiwan ha apprezzato l’apertura di Ma verso la Cina.

Bisogna però tenere conto che le giovani generazioni taiwanesi stanno plasmando un nuovo quadro politico. Uno studio di qualche anno fa dimostra che: solo il 3,5% della popolazione si identifica come cinese, il 32,7% sia cinese che taiwanese, e il 60,4% come completamente taiwanese; mentre nel 1992, chi si sentiva completamente cinese era il 10,5%, e chi si identificava come sia cinese che taiwanese il 46,6%. Lo studio mette in luce una evidente evoluzione nell’identità della popolazione di Taiwan negli ultimi vent’anni, ed è probabile che in futuro il rapporto diventerà ancora più accentuato, tanto da cambiare le politiche dei partiti. I sostenitori del Kuomintang potrebbero diminuire progressivamente, mentre il DPP potrebbe guadagnare ancora più voti, sulla scia della totale indipendenza dalla Cina.

La strada verso l’unità è ancora lunga e richiederà notevoli sforzi da entrambi i paesi, ma l’incontro può essere un volano per una eventuale integrazione, o un ulteriore avanzamento dei rapporti tra le due parti; entrambe le proposte necessiteranno della giusta volontà politica per procedere. Sarebbe limitato giudicare l’incontro solo per l’impatto che avrà sulle prossime elezioni; con ogni probabilità saranno vinte da Tsai e il prossimo anno sarà lei il nuovo presidente di Taiwan, ma la carta utilizzata da Ma potrebbe iniziare a mostrare la propria reale efficacia solo nei prossimi anni o su un orizzonte ancora più lungo. Intanto, l’incontro tra Cina e Taiwan potrebbe essere l’eredità da parte del vecchio partito Kuomintang per le generazioni future, e, volente o nolente, Tsai si troverà ad affrontare questa realtà.