Un reportage alla scoperta della comunità expat di Rabat “Marocco, paese di immigrazione” sembra un non-sense. Ai più potrebbe al massimo richiamare la meglio nota “Marocco, paese di transito” quando si parla di quei migranti subsahariani, e non sono tutti, che approdano nel Regno prima di proseguire il loro viaggio…
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Un reportage alla scoperta della comunità expat di Rabat

“Marocco, paese di immigrazione” sembra un non-sense. Ai più potrebbe al massimo richiamare la meglio nota “Marocco, paese di transito” quando si parla di quei migranti subsahariani, e non sono tutti, che approdano nel Regno prima di proseguire il loro viaggio verso la Fortezza Europa. Ma che il Marocco attiri gli occidentali non è solo un dato di fatto, “it is an old story, as old as sailing and sex”.

Parlando di Tangeri, Truman Capote scriveva: “It is alarming the number of travelers who have landed here on a brief holiday, then settled down and let the years go by. Because Tangier is a basin that holds you, a timeless place; the days slide by less noticed than foam in a waterfall.” Era il 1949 e all’epoca ogni città marocchina aveva il proprio circolo di intellettuali europei alla ricerca di se stessi e di nuove ispirazioni nell’”oriente immaginato”. In 60 anni la comunità expat in Marocco si è evoluta e nel 2014 ad attraversare Gibilterra con mogli, armi e bagagli non sono solo i pensionati spagnoli o francesi in cerca di sole, di sollievo per i propri reumatismi e di un regime fiscale che renda giustizia a una vita di lavoro, ma un numero sempre crescente di giovani in cerca di una svolta.

Qualche cifra? Il Ministero degli Esteri francese parla di 41 129 cittadini francesi regolarmente residenti in Marocco nel 2010, mentre le autorità spagnole contano 8115 connazionali iscritti ai 7 consolati del Regno nel 2012, contro i 7440 del 2010. E sebbene queste siano stime al ribasso il trend migratorio è in costante aumento.

Ogni città marocchina attrae un tipo di migrante diverso. Se Casablanca cerca gli affaristi e Marrakesh chi si reinventa imprenditore, la Rabat cosmopolite , “la ville où tu te rends seulement pour faire des papiers” come dicono i Marocchini, attrae un tipo di migrante diverso, più riflessivo e consapevole. A Rabat arriva chi lavora nelle ambasciate, nelle ONG, chi ha vinto una borsa di ricerca o ha un incarico che richiede la vicinanza al più alto numero di istituzioni possibili. Che in Marocco, merci le colonialisme, si trovano ancora tutte concentrate nella capitale.

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Expat once, expat forever?

Gli expats giovani e meno giovani sono generalmente persone con un livello di istruzione elevato che si inseriscono in un segmento del mercato del lavoro medio-alto, un gradino sopra rispetto al marocchino medio e due in più rispetto al lavoro a cui avrebbero potuto aspirare nella terra natale. Ne costituiscono un esempio eclatante i cosiddetti language teaching jobs: se per insegnare una lingua straniera in una scuola privata in Italia è necessaria almeno la laurea in Lingue e, preferibilmente, una certa esperienza pregressa nell’ambito, a Rabat [e, più in generale, in tutto il Medio Oriente] è facilissimo trovare un lavoro degnamente remunerato come insegnante di inglese o francese anche se non si possiedono suddetti requisiti, perché avere un europeo tra i membri dello staff è motivo di prestigio per la scuola. “Ddopo soli 5 giorni dal mio arrivo ho trovato lavoro come insegnante di inglese per un gruppo di adulti” dice Carlotta, 24 anni. “Per me è stato stranissimo, sono laureata in Culture del Vicino Oriente, non avevo mai dato un esame di didattica della lingua inglese e in Italia nessuna scuola mi avrebbe assunta con queste credenziali”. E se il lavoro a scuola non occupa tutta la giornata, rimane sempre il tutorato privato, che a Rabat spopola. “Mando i miei due figli a lezione di francese da un’insegnante privata. Molti altri miei colleghi fanno così, a volte è più conveniente che iscriverli direttamente a una scuola, per due ore di lezione il prezzo si aggira attorno ai 300 dirham” mi spiega John, giornalista in anno sabbatico dal lavoro. “Io stesso, quando venni in Marocco 10 anni fa come freelancer, mi mantenevo praticamente insegnando inglese 15 ore alla settimana”. July, nata e cresciuta negli States, grazie al network di contatti che si era creata per la sua ricerca Fulbright ha poi ottenuto un contratto di un anno con una ONG marocchina. Un’opportunità da cogliere al volo, perchè “negli US la competizione è spietata e mi sarebbe stato impossibile trovare un lavoro remunerato in una ONG senza avere almeno un dottorato. In questo modo posso acquisire quell’esperienza che mi renderà più accessibile il settore non governativo negli Stati Uniti”.

Accettare di partire per un paese in via di sviluppo costituisce per molti professionals l’opportunità  per fare un balzo avanti nella propria carriera lavorativa. Rosario ha 25 anni, è una giornalista di una nota testata spagnola e prima di approdare in Marocco aveva già lavorato due mesi come reporter in Libano. Quando il giornale le ha proposto la posizione a Rabat ha accettato senza pensarci due volte. “E’ il lavoro che voglio fare, il giornale aveva bisogno di qualcuno qui e sono venuta”. Javier ha 26 anni e lavora per una multinazionale che gestisce negozi di articoli sportivi. Lo scorso inverno gli hanno ventilato la possibilità di trasferirsi in Marocco per coordinare l’apertura di altri punti vendita, per ampliare la rete commerciale all’estero. “Un lavoraccio, siamo partiti dal primo negozio a Rabat e stiamo cercando di espanderci anche ad altre città. Il contratto iniziale è di un anno, ma mi verrà quasi sicuramente rinnovato”. Jean-Paul, ingegnere francese 24enne, aveva dato la sua disponibilità a una trasferta di lungo periodo perchè “L’esperienza farà balzare di livello il mio curriculum. L’avrei fatta comunque, che il paese di destinazione fosse stato il Marocco o la Thailandia, era un’opportunità troppo grossa e da cogliere subito”.

Revisiting narratives

Più interessante dei singoli aneddoti biografici  è forse la maniera in cui gli expat si raccontano. Un tratto comune a tutti questi racconti è la sensazione di transitorietà. Nessuno sa quando lascerà Rabat, ma tutti sanno che se ne andranno una volta raggiunto il traguardo che ci si era prefissati. Il traguardo può assumere forme diverse: terminare una ricerca, ottenere una promozione per il lavoro svolto, raggiungere un determinato livello in arabo o più semplicemente aver capito cosa si vuol fare nella vita e sentire finalmente il bisogno di tornare a casa. Rabat e il Marocco sono una fase temporanea per chi, come John,  ha già una carriera avviata e aveva bisogno di una pausa; una maniera di dimostrare il proprio potenziale per Rosario e Javier che quella carriera la stanno costruendo e un rituale di passaggio per chi, come Carlotta, sta ancora cercando la propria strada.

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Un altro leitmotiv è quello dell’opportunità. La maniera in cui questi expats raccontano la propria esperienza in Marocco stravolge la retorica con cui in Italia, e in Europa più in generale, si è soliti parlare dei paesi in via di sviluppo. L’ascoltatore che si trova calato in questa nuova realtà prova un senso di straniamento: opportunità, occasione, carriera non sono elementi che ricorrono negli articoli di giornale o nei saggi che parlano del Nord Africa, rappresentato quasi esclusivamente come terra di migrazioni, di governi instabili e di condizioni economiche precarie. In alcuni casi, realizzare che il paese da cui vengono molti dei migranti che in Europa svolgono lavori di bassa manovalanza è ora diventato una sorta di Eldorado in miniatura per sé e per i propri connazionali non stordisce solo l’ascoltatore, ma può persino irritare l’expat in questione, specialmente se questo non nutriva un interesse particolare per il Medio Oriente prima della migrazione e se ha percepito questa come una forzatura, un obbligo sul sentiero per la gloria.

L’ultimo elemento ricorrente è quello dell’adattamento. L’inserimento sociale non è mai semplice quanto quello professionale e ne sono testimoni i numerosissimi blog in cui gli expats si scambiano consigli e suggerimenti su come venire a patti con gli aspetti più ostici della cultura marocchina, stilando dei veri e propri decaloghi di “buone pratiche” per non smarrire il proprio “io” nel dedalo del Mediterraneo. Tra i “Top 5 complaints about living in Morocco” spiccano lo stile di guida quantomai sportivo degli automobilisti marocchini, la lentezza delle procedure burocratiche, il ritardo cronico con cui le persone si presentano agli appuntamenti, il continuo  contrattare e il diverso modo di concepire le relazioni tra uomo e donna. Denise, borsista Fulbright, dice di aver attraversato tre fasi: l’entusiasmo, la stanchezza, la consapevolezza. “Dopo i primi mesi di totale euforia verso tutto quello che era nuovo ho iniziato a provare un senso di fastidio verso tutte quelle abitudini che credevo di aver assimilato. Con il tempo ho capito che era solo stanchezza, perché immergerti in un ambiente così diverso rispetto a casa richiede una quantità di energie che tendiamo a sottovalutare. Passata quella fase ora sono giunta a patti con la mia vita qui, inclusa la consapevolezza che ci sono particolari della cultura marocchina che continueranno a lungo a essermi incomprensibili”.