La Turchia sta vivendo nelle ultime settimane la più grave crisi del suo recente passato, ancora peggiore delle manifestazioni di Gezi Park dello scorso anno. Mentre le proteste dell’estate 2013 erano mosse da motivazioni anti-governative ricollegabili ad una normale dialettica democratica, gli scandali di corruzione venuti alla luce negli ultimi…
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La Turchia sta vivendo nelle ultime settimane la più grave crisi del suo recente passato, ancora peggiore delle manifestazioni di Gezi Park dello scorso anno. Mentre le proteste dell’estate 2013 erano mosse da motivazioni anti-governative ricollegabili ad una normale dialettica democratica, gli scandali di corruzione venuti alla luce negli ultimi giorni, che hanno colpito la classe politica e imprenditoriale del Paese, possono destabilizzare alla base il sistema turco e far emergere non solo una rivalità tutta interna al fronte islamico-conservatore, ma un ancor più grave conflitto tra strutture dello Stato, in particolare tra governo e magistratura. Solo un anno fa il primo ministro Erdogan cullava sogni neo ottomani, la Turchia lanciava ultimatum unilaterali a Israele, l’Unione Europea le strizzava l’occhio, veniva esaltato il suo modello di sviluppo economico ed era un esempio di islamismo moderato applicato alla politica e all’azione di governo. Sembra passato un secolo. Ora, dopo Gezi Park e gli ultimi scandali di corruzione, davanti agli occhi degli analisti si presenta una Turchia impantanata in una profonda incertezza politica, con inevitabili ricadute sul piano economico e finanziario. Gli investitori stranieri sono sensibili alla faccende interne ed ecco spiegato il sell-off avvenuto a fine 2013 con cui gli investitori internazionali hanno tagliato una parte della loro esposizione verso il debito turco. La Borsa ha così fatto registrare un risultato negativo di circa l’11% e la Lira turca ha perso valore anche a causa del deficit commerciale.

Ma veniamo ai fatti che hanno colpito la classe dirigente turca e hanno gettato un’ombra sul governo di Erdogan. A dicembre la procura ha avviato un’inchiesta su alcuni movimenti di denaro verso l’Iran serviti a corrompere funzionari e favorire l’assegnazione di alcuni appalti. Ad essere interessati dalle indagini sono imprenditori ed esponenti politici tutti, direttamente o indirettamente, legati all’ AKP, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, il partito di governo di Erdogan. Inizialmente furono 49 le persone fermate, tra cui il figlio del ministro dell’Ambiente, interrogato e poi rilasciato. Il 21 dicembre una nuova ondata di arresti ha portato in carcere 16 persone, tra queste il figlio del ministro dell’Economia, quello del ministro dell’Interno e del direttore generale di Halkbank, una banca controllata dallo Stato. Il primo ministro Erdogan ha immediatamente denunciato un complotto ai danni del suo governo e la reazione verso le forze dell’ordine, colpevoli di aver condotto le indagini, è stata molto dura: 30 ufficiali di polizia sono stati licenziati o rimossi dall’incarico, compreso Huseyim Capkin, capo della polizia di Istanbul. Lo scandalo ha avuto effetti anche sull’AKP: tre dirigenti sono stati rinviati alla commissione disciplinare del partito, non per essere coinvolti in casi di corruzione, ma perché avevano osato criticare Erdogan e appoggiare le indagini. Ora rischiano l’espulsione. L’AKP ha poi perso un suo influente deputato, Ertugrul Gunay, che si è dimesso, non condividendo l’operato di Erdogan. Il procuratore a capo dell’inchiesta, Muammer Akkas, ha disposto nuovi arresti il 25 dicembre, ma la polizia non ha eseguito l’ordine, segno che il repulisti all’interno delle forze dell’ordine ha dato i suoi frutti. Akkas, prima di essere colpito anche lui dalle “purghe” di Erdogan, ha denunciato il grave fatto: “L’inchiesta non è più nelle mie mani, la polizia di Istanbul ha commesso un reato e ha dato modo ai sospettati di prendere contromisure e inquinare le prove a loro carico”. Lo stesso giorno il premier turco ha tentato un colpo di coda facendo un rimpasto di governo e nominando sette nuovi ministri: Giustizia, Trasporti, Famiglia, Sport, Industria e Rapporti con l’UE. I tre ministri, i cui figli sono stati coinvolti nelle indagini, si sono dimessi, non senza strascichi polemici: il ministro dell’Ambiente ha infatti invitato alle dimissioni anche il primo ministro, a suo avviso, colpevole politicamente delle decisioni al centro delle indagini. Il 7 gennaio Erdogan ha eseguito delle nuove e gigantesche epurazioni tra le forze dell’ordine: ben 350 funzionari della polizia di Ankara sono stati riassegnati ad altri incarichi. Tutti facevano parte di unità specializzate di intelligence, terrorismo, criminalità organizzata, reati finanziari e traffici illegali, 80 sono funzionari di alto livello, tra cui il vicecapo della polizia di Ankara.

ErdoganGulen

La grave ingerenza del governo negli affari della polizia e della procura dimostrano un aperto conflitto tra le diverse strutture dello Stato e una reciproca mancanza di fiducia. Erdogan ha denunciato il tentativo di screditare la compagine governativa da parte di oppositori turchi e stranieri in vista delle elezioni locali di marzo e le presidenziali di agosto. Il primo ministro ha puntato il dito contro una “banda criminale che organizza dall’estero un complotto con l’obiettivo di creare uno Stato nello Stato”. Ma a chi si riferisce Erdogan? Con tutta probabilità a Fethullah Gulen, intellettuale islamico in esilio volontario negli Stati Uniti: il destinatario delle accuse può essere una chiave di lettura per comprendere lo scontro interno al fronte islamico-conservatore. Gulen, 72 anni, teologo ed intellettuale, è stato il fondatore del movimento Hizmet, “Servizio” in turco, di cui, si dice, facciano parte esponenti della magistratura, delle forze dell’ordine e perfino qualche esponente dell’AKP, dunque una buona parte di coloro che hanno condotto le indagini e screditato il governo in carica. Hizmet è sempre stato un prezioso alleato di Erdogan e dell’AKP, in particolare nelle campagna contro il predominio dell’esercito nella vita politica, ma ultimamente le cose sono cambiate; Gulen ha appoggiato le indagini sulla corruzione della classe dirigenti e ha criticato le decisioni prese da Erdogan contro le forze dell’ordine e la procura. A sua volta il primo ministro, agli inizi di gennaio di quest’anno, ha messo in discussione i processi che vedono coinvolti gli ufficiali dell’esercito accusati di aver pianificato un colpo di Stato nel 2003. La denuncia sembrerebbe una difesa del diritto ad un giusto processo, in realtà le motivazioni sono molto più subdole. Accusare polizia e magistratura di non portare avanti processi equi e giusti è un modo per screditare Hizmet, di cui, come si diceva sopra, fanno parte esponenti delle forze dell’ordine e del potere giudiziario. Secondo l’analista Gareth Jenkins l’intento di Erdogan è chiaro: “Se riesce a pubblicare la fabbricazione di prove, la loro manomissione e tutto ciò che è successo durate le indagini, allora riuscirà a screditare direttamente Hizmet

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e lo aiuterà a minare le accuse di corruzione che il movimento sta facendo nei suoi confronti”.

Siamo dunque di fronte ad un riequilibrio dei rapporti di forza all’interno del fronte islamico moderato e al tentativo della minoranza gulenista di prendere la guida di questa fazione. Lo scandalo della corruzione della classe dirigente non va comunque ignorato perché testimonia come il mercato turco si sia nutrito di denaro nero e suggerisce di rivedere le valutazioni fatte negli ultimi anni sul sorprendente sviluppo economico della Turchia. La vera novità nel panorama turco emersa da questa situazione di crisi è un’altra: l’esercito, per il momento, non è il protagonista dei mutamenti politici del Paese come lo è stato in passato, segno che le campagne di Erdogan per limitare l’ingerenza delle forze armate nella vita interna turca hanno funzionato. Ora bisognerà attendere le elezioni locali di marzo per capire quali effetti avrà sul partito di governo tutta questa situazione. La cosa certa è la Turchia ha bisogno di stabilità: se la situazione turca dovesse precipitare questa avrebbe delle gravi conseguenze in un Medio Oriente segnato dalla crisi siriana e dall’avanzata dei jihadisti della Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Una Turchia stabile serve anche all’Unione Europea che considera lo Stato turco un avamposto verso l’Est, con cui, tra l’altro ha siglato di recente un accordo sul controllo dell’immigrazione.