Cover photo by REUTERS/Jim Regan A dicembre, il rialzo dei tassi di interessi deciso dalla Federal Reserve (Fed) – la Banca Centrale americana –  ha segnato la fine di un periodo grigio per l’economia globale. I principali media si sono concentrati sugli effetti che questo rialzo potrebbe avere sui paesi…
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Cover photo by REUTERS/Jim Regan

A dicembre, il rialzo dei tassi di interessi deciso dalla Federal Reserve (Fed) – la Banca Centrale americana –  ha segnato la fine di un periodo grigio per l’economia globale. I principali media si sono concentrati sugli effetti che questo rialzo potrebbe avere sui paesi occidentali, ma in Asia il discorso è differente. Negli ultimi anni, la crescita nei paesi emergenti è stata favorita dal basso costo del denaro, tuttavia ora questo modello di crescita è messo in discussione.

Questo capitolo dell’economia mondiale ha avuto inizio nell’ottobre del 2008 con la crisi finanziaria, quando il governo d1)Bloombergegli USA decise di stimolare il mercato attraverso due azioni straordinarie: il Quantitative Easing e la riduzione degli interessi sul dollaro. Il Quantitative Easing, è una formula di stimolo economico che inietta nel mercato nuovo denaro, facilitando prestiti e spingendo la crescita dei prezzi (inflazione), quest’ultima ulteriormente supportata dalla riduzione degli interessi sul dollaro, portati nel frattempo a 0. Come visibile nella tabella, nell’ottobre 2014 la Fed, ha concluso le azioni di stimolo, tapering, uscendo completamente dal mercato, giudicato sufficientemente stabile. Una volta finito il tapering, la mossa successiva della Fed sarebbe stata un rialzo dei tassi di interesse.

Così avviene il 16 dicembre, quando la Fed decide di alzare il tasso di interesse, svincolandosi dallo 0% e portandolo a 0,25%, un livello ancora molto distante dal 5% del 2008. Per il 2016 ci si attende un graduale aumento del tasso di interesse, prevedendo che possa toccare quota 1,375% a fine anno. La decisione della FED è stata presa in base a diverse valutazioni, la prima riguardante l’economia interna e la seconda di carattere internazionale. Oggi, l’economia americana gode di canadian pharmacy viagra una migliore salute rispetto a 5 anni fa; anche se non ha ancora raggiunto l’obiettivo sull’inflazione, l’economia cresce costantemente con un PIL stabile e il paese è ormai prossimo ai livelli di piena occupazione. Ma il resto del mondo è davvero pronto a un rialzo del tasso di interesse?

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Il rialzo del tasso di interessi sul dollaro, anche se piccolo, può causare un terremoto nelle spese di uno stato, specialmente nei casi di debito elevato. Ad esempio, in Europa molti paesi hanno alti tassi di indebitamento, ma i loro conti sono per lo più solidi e i loro debiti denominati per la maggior parte in euro, anche se quest’ultima caratteristica non li mette totalmente in salvo dai pericoli di un apprezzamento del dollaro. Diversamente, in Asia troviamo molte economie in via di sviluppo, che negli anni passati hanno goduto dei bassi tassi di interesse per investire nella propria economia buy modafinil attraverso il debito. Va aggiunto, che un dollaro apprezzato potrebbe rendere gli acquisti sul mercato internazionale più costosi (quasi il 90% degli scambi commerciali mondiali avviene in dollari): per qualsiasi stato che non utilizza il dollaro come valuta ufficiale sarà necessaria più moneta locale per acquistare dollari, e con questi ultimi i prodotti internazionali. Il problema non è solamente collegato al dollaro stesso, perché anche i debiti locali non valutati in dollari inizieranno a lievitare a loro volta, a causa dell’apprezzamento della valuta statunitense.

Tuttavia, l’economia mondiale non sembra godere di una buona salute. Nell’ultimo anno, ad esempio, si è assistito a un crollo dei prezzi di tutte le materie prime. Il calo dei prezzi preoccupa molto gli economisti, perché collegato a doppio filo con il rallentamento del mercato immobiliare Cinese, un settore che è stato fondamentale per la crescita economica negli ultimi anni. Eppure, il crollo dei prezzi preoccupa anche per altre due ragioni: molte aziende estrattive cinesi sono ora canadian pharmacy online esposte a causa della riduzione degli utili e rischiano di avvicinarsi pericolosamente all’insolvenza. Un problema simile coinvolge anche il Sud-Est Asiatico e l’Australia, regioni in cui il settore minerario è in crisi.

La crescita cinese, vera forza trainante della regione e salvagente dei paesi con spiccate capacità esportatrici, sta inesorabilmente rallentando. La seconda potenza economica mondiale è sferzata da un lato dall’alta volatilità borsistica, dall’altro dal rallentamento del settore manifatturiero, il fattore che desta molta preoccupazione. Se la Cina non cresce, l’espansione della classe media del paese viene messa a repentaglio, il che sarebbe un grave danno per tutti quei paesi occidentali che negli anni passati hanno esportato prodotti complessi e di qualità.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse istituzioni che hanno avvertito di una possibile crisi, prospettando un nebuloso, se non tempestoso, 2016 per tutta l’economia mondiale. L’IMF (il Fondo Monetario Internazionale) ha avvertito i paesi emergenti del rischio che corrono, in particolare per quanto riguarda il settore privato, che, più dei governi, ha potuto trarre beneficio dal basso costo del denaro nel tentativo di creare le capacità produttive mancanti. Ma l’IMF non è il solo a vedere uno scenario negativo, anche il multimiliardario George Soros ha dipinto un quadro che, a detta sua, ricorda molto quello precedente la crisi del 2008; a questo si aggiunge l’annuncio della Royal Bank of Scotland ai suoi azionisti, che ha consigliato di vendere tutto, tranne le azioni con alto rating, più protette da eventuali terremoti finanziari.

Lo scenario descritto finora sembra più disastroso di quello che ci si attendeva alla vigilia della crisi nel 2008, ma c’è chi riesce a vedere dell’ottimismo anche in questo 2016. Nonostante la Cina e i suoi vicini asiatici crescano meno rispetto agli anni passati, crescono comunque ad un ritmo maggiore rispetto ai paesi più avanzati e ai BRICS (ritenuti economicamente morti). Per esempio, i paesi europei hanno un debito molto più grande di quello dei paesi asiatici.

La Cina merita un discorso a parte e più approfondito per quanto riguarda il suo debito. Secondo alcuni economisti, il paese è considerato come un gigante dai piedi d’argilla, a causa del suo enorme debito locale, che, combinato con quello governativo, raggiunge un livello pari al 236% del PIL. Ciò che realmente intimorisce del debito cinese sono principalmente due cose: la sua rapida crescita – in 5 anni è passato dal 187% del PIL al 236% – e il trend di continua crescita – con la previsione che raggiunga il 300% nel 2020.  Ad ogni modo, non esiste una ricetta che determini quanto in realtà il debito possa essere alto o insostenibile. Infatti, nella stessa area è presente il Giappone, che ha un debito totale (aziende, governo e famiglie) pari a circa il 400% del PIL e la cui economia non cresce da vent’anni; ciò nonostante, nessuno sembra essere stato ancora preso dal panico.

A dire il vero, negli ultimi giorni c’è stato poco spazio per l’ottimismo sui mercati. Alla fine di gennaio la Fed ha cambiato strategia, diventando più attendista e aspettando maggiori notizie positive prima di alzare nuovamente i tassi. Nel frattempo girano voci che proprio la Fed starebbe tornando sui suoi passi, non solo fermando la crescita dei tassi, ma addirittura tagliandoli, tornando così ad una situazione precedente a quella del 16 dicembre.

È chiaro che il problema che colpisce indistintamente varie parti del globo è relativo al debito enorme creato negli ultimi anni; molte economie sono ora strozzate dai troppi debiti e con poco spazio di manovra. In futuro, sarà difficile rispondere a nuove crisi economiche con un innalzamento della spesa pubblica o abbassando ulteriormente i tassi di interesse, se questi sono già bassi. Inoltre, i problemi dell’economia cinese potrebbero essere ulteriormente aggravati da un rialzo del tasso di interesse troppo repentino; ciò si tramuterebbe in un aggravio dei costi per il governo di Pechino. Tale peso potrebbe scaricarsi a cerchi concentrici: prima sui paesi limitrofi, che esportano materie prime; successivamente ai paesi avanzati, che negli ultimi anni hanno fatto grande affidamento sul mercato cinese. Se oggi il terremoto dovesse provenire dalla Cina non ci sarebbe nessun salvagente a cui aggrapparsi.

Di Riccardo Casarini (rikcasa@gmail.com)