Si è conclusa da pochi giorni a Dušanbe, capitale del Tagikistan, l’International Conference on Water Cooperation. Quest’evento rientra nel programma approvato dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite, che ha dichiarato il 2013 “Anno internazionale della cooperazione nel settore idrico”. Il Forum internazionale di Dušanbe ha visto riunirsi circa novecento esperti…
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Si è conclusa da pochi giorni a Dušanbe, capitale del Tagikistan, l’International Conference on Water Cooperation. Quest’evento rientra nel programma approvato dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite, che ha dichiarato il 2013 “Anno internazionale della cooperazione nel settore idrico”. Il Forum internazionale di Dušanbe ha visto riunirsi circa novecento esperti nel settore provenienti da oltre cento Paesi del mondo, che hanno discusso l’importanza dell’accesso all’acqua come fattore di sviluppo economico, miglioramento delle condizioni di salute ed eliminazione della povertà e della fame.

Nell’inaugurare i lavori della Conferenza, il Presidente tagiko Emomali Rahmon ha dichiarato che «la cooperazione nel settore idrico fra Stati confinanti è una fattore fondamentale per la pace, la stabilità e lo sviluppo economico dell’Asia centrale». Il suo commento rappresenta una sintesi perfetta dell’attuale situazione politica della regione. Nei colloqui collaterali alla Conferenza verrà infatti affrontato anche il tema della diga di Rogun, un esempio di quanto i rapporti interstatali in Asia centrale siano delicati se si parla di acqua.

Il progetto della diga di Rogun – che una volta ultimata, con i suoi 335 metri, sarà la più alta al mondo – è stato concepito nel 1960 dall’Unione Sovietica come soluzione alla cronica scarsità di risorse idriche nella regione. I lavori iniziarono nel 1976 e si protrassero fino al 1991, anno del crollo dell’Urss. La costruzione della diga venne così sospesa fino al 2010, quando il Presidente Rahmon tentò di riavviare i lavori per l’ultimazione dell’opera. Tuttavia, l’iniziativa dell’esecutivo tagiko si scontrò presto con l’opposizione del governo dell’Uzbekistan. Le relazioni fra i due Paesi sono storicamente motivo di tensione nell’area. Il Tagikistan è uno Stato povero economicamente, tuttavia nel suo territorio nascono e scorrono la maggior parte dei fiumi dell’Asia centrale, importanti per la sua popolazione ma soprattutto per l’economia dell’Uzbekistan, situato più a valle. Questa si basa sulla produzione e l’esportazione di cotone, materia di cui Taškent è oggi il sesto produttore mondiale. A sua volta, lo Stato tagiko è dipendente dalle importazioni di petrolio e di altre risorse provenienti dall’Uzbekistan.

Durante il periodo sovietico, la produzione e la distribuzione delle risorse erano controllate da Mosca. Dopo il collasso dell’intero sistema, le due Repubbliche centrasiatiche ottennero la responsabilità della gestione delle proprie risorse e con un sistema statale e un’identità nazionale poco sviluppati le relazioni si fecero subito tese e difficili. Negli anni successivi è stato creato un sistema di visti per attraversare il confine comune, le provocazioni sulla frontiera da parte di uno Stato o dell’altro non sono mancate, e la ripresa della costruzione della diga di Rogun ha fatto innalzare nuovamente la tensione. Il governo di Taškent teme infatti che con l’ultimazione dell’invaso l’afflusso d’acqua verso le proprie coltivazioni di cotone diminuisca notevolmente, danneggiando così l’economia nazionale, in larga parte dipendente dalle esportazioni. Inoltre, l’Uzbekistan, i cui ingegneri avevano progettato la diga negli anni Settanta, ha sottolineato a più riprese i propri dubbi circa le capacità tecniche del Tagikistan di completare una simile opera.

Per trovare una soluzione pacifica, fra i due Stati sono intervenute anche le Nazioni Unite. È iniziata così una “diplomazia della navetta” fra Dušanbe e Taškent, che vede il Ministro degli esteri kazako Erlan Idrisov in qualità di mediatore. Questi ha ribadito la necessità di negoziare un accordo bilaterale per la gestione delle acque che favorisca entrambi i Paesi, tuttavia l’Uzbekistan continua a mantenere una posizione scettica. Dal canto suo, il Presidente tagiko Rahmon ha invece dimostrato una notevole fiducia in una soluzione multilaterale, dichiarandosi disposto anche a modificare il progetto per dare maggiori garanzie ai vicini. L’opera prevede infatti settanta chilometri di tunnel sotterranei che permetterebbero a una parte delle acque del fiume Vahš aggirare la diga, per poi raggiungere i campi di cotone uzbeki a valle.

Rogun 2Ora gli attori coinvolti sono in attesa del report della Banca Mondiale sulla fattibilità dell’opera. Per finanziare la ripresa dei lavori nel 2010, Dušanbe aveva lanciato un’IPO che è arrivata a coprire il 20 per cento del costo totale. Se si riuscisse a raggiungere un accordo con Taškent, anche le Nazioni Unite e la Banca Mondiale finanzierebbero il progetto, vista la sua importanza strategica e i potenziali benefici economici per la regione. Una volta completata la diga, il Tagikistan diverrebbe infatti indipendente dal punto di vista energetico e le sue industrie metallurgiche ne trarrebbero un grande vantaggio economico, che sarebbe poi ridistribuito tra la popolazione. Seguendo la stessa logica, anche l’Uzbekistan potrebbe trarre vantaggio da un costante afflusso d’acqua verso le proprie piantagioni, ciò che gli permetterebbe di riammodernare le ormai superate opere d’irrigazione.

I vantaggi economico della diga di Rogun non si fermano alle sole due ex Repubbliche sovietiche. Il problema della scarsità di fonti d’acqua nella regione coinvolge anche il Kirghizistan e la Cina. Con la nuova infrastruttura, questi due Paesi potrebbero ricevere un maggior volume di energia idroelettrica. Anche l’Afghanistan potrebbe trarre beneficio dalla maggiore disponibilità di fonti energetiche. Nel contesto del ritiro delle truppe NATO dal Paese, Washington sta affiancando le autorità locali nella difficile opera di State building. Il Dipartimento di Stato americano ha stilato un rapporto nel quale indica il completamento dell’impianto di Rogun come una tappa fondamentale per lo sviluppo del Paese. L’energia prodotta dall’impianto idroelettrico arriverebbe fino alle aree più povere del Nord dell’Afghanistan, creando maggiori opportunità di sviluppo e riducendo così anche l’influenza dei talebani sugli abitanti di queste regioni.