Nel Golfo si sta consumando la più grave crisi nella storia delle monarchia petrolifere. Il pomo della discordia è, anche in questo caso, la Primavera araba.   Mercoledì 5 marzo l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (U.A.E.) e il Bahrain hanno ritirato i propri ambasciatori da Doha, la capitale del…
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Nel Golfo si sta consumando la più grave crisi nella storia delle monarchia petrolifere. Il pomo della discordia è, anche in questo caso, la Primavera araba.

 

Mercoledì 5 marzo l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (U.A.E.) e il Bahrain hanno ritirato i propri ambasciatori da Doha, la capitale del piccolo Emirato del Qatar. La decisione – che apre la più grave crisi diplomatica nella storia delle monarchie petrolifere – è stata presa all’indomani di un vertice tra i ministri degli esteri convocato a Riyadh come estremo tentativo di convincere Doha a fare un passo indietro. Il Qatar infatti è stato accusato di rifiutarsi di attuare il “Patto di sicurezza e stabilità”, sottoscritto lo scorso novembre da tutti i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che include anche Kuwait e Oman, per ora neutrali nella contesa. L’accordo impegnava i firmatari a non interferire “direttamente o indirettamente negli affari interni di nessuno dei Paesi del GCC e di evitare il supporto a chiunque minacci la sicurezza e la stabilità dei Paesi del GCC […] e di fermare il sostegno a media ostili”. La formulazione del testo già lasciava intuire un riferimento non troppo velato all’attivismo del piccolo emirato e con ciò si spiega la riluttanza del Qatar a firmare l’accordo. La decisione finale di aderire al patto è stata presa soltanto dopo la mediazione del Kuwait ed è dipesa probabilmente dalla volontà di Doha di voler lasciare ad altri la responsabilità di una frattura che già si prevedeva e che oggi si è puntualmente presentata.

 

Il principe Saud al-Faysal, ministro degli esteri saudita, ha dichiarato che la crisi non si risolverà fino a che Doha non rivedrà radicalmente la propria politica internazionale, mentre negli Emirati si è parlato di sanzioni e addirittura di un’azione militare congiunta.

 

Il governo del trentatreenne Emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha reagito respingendo le accuse e affermando che il ritiro degli ambasciatori è un atto che mira punire la politica estera qatariota per il sostegno offerto dall’emirato alle primavere arabe e in particolare ai Fratelli Mussulmani in Egitto. L’ex rappresentante alle Nazioni Unite del piccolo emirato ha dichiarato che “la vera questione riguarda Sisi” e il fatto che “questi Paesi hanno sostenuto un colpo di stato durante il quale migliaia di Egiziani sono stati uccisi sotto gli occhi del mondo intero”.

Nella risposta di Doha vi è certamente del vero. Il Qatar è stato il principale sostenitore internazionale del Presidente egiziano Muhammad Morsi, candidato dai Fratelli Mussulmani alle elezioni del 2012, mentre gli altri stati del Golfo hanno appoggiato il colpo di stato miliare del luglio 2013, guidato appunto dal generale Abdel Fattah al-Sisi, offrendo miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo al nuovo governo del Cairo. Non a caso il governo egiziano ha fatto sapere pochi giorni fa di apprezzare la decisione del trio presa dai tre paesi del Golfo e ha confermato che neanche il proprio rappresentante diplomatico, ritirato agli inizi di febbraio, tornerà a Doha.

 

SAUDI-GCC-POLITICS-MEETING

Ma quella egiziana non è l’unica motivazione della crisi. Arabia Saudita e U.A.E. accusano il governo qatariota di offrire rifugio e sostegno finanziario  a gruppi affiliati ai Fratelli Mussulmani nei paesi del Golfo. Il 3 marzo ad Abu Dhabi il medico qatariota Mohamoud al-Jaidah è stato condannato a 7 anni di carcere per attività di supporto ad al-Islah, il partito illegale che rappresenta la Fratellanza negli Emirati.

 

I Fratelli Mussulmani rappresentano nel Golfo la crescente classe media istruita, insofferente verso sistemi politici oligarchici e controllati dalle famiglie reali. In Arabia Saudita e negli U.A.E le organizzazioni affiliate alla Fratellanza sono fuori legge poichè percepite dai governi come una minaccia alla quiete politica e sociale.

 

Sotto accusa c’è inoltre l’attività del colosso mediatico qatariota al-Jazeera, che secondo Riyadh e Abu Dhabi minaccia quotidianamente la stabilità politica nei rispettivi Paesi trasmettendo la propaganda di organizzazioni illegali. L’attivismo mediatico di al-Jazeera era già costato a Doha il ritiro dell’ambasciatore saudita dal 2002 al 2008. A partire dal 2011 poi, al-Jazeera è stata uno dei veri e propri motori delle rivolte che hanno scosso il mondo arabo e 9 giornalisti del canale qatariota si trovano ora nelle carceri egiziane in attesa di processo.

 

A questi motivi di tensioni si aggiungono accuse che hanno ripercussioni più profonde. Sauditi e U.A.E. hanno infatti denunciato anche il presunto supporto del Qatar al gruppo Houtris, i guerriglieri sciiti dello Yemen, e all’abortita rivoluzione in Bahrain del 2011, quando la maggioranza sciita della popolazione tentò di rovesciare la monarchia sunnita. Per soffocare la rivolta fu necessario l’intervento militare congiunto delle forze del GCC. Se queste due accuse avessero un fondamento vorrebbe dire che il Qatar, in almeno due teatri dello scacchiere mediorientale, si è trovato dalla parte dell’Iran, il nemico storico delle monarchie sunnite del Golfo.

 

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo è nato infatti nel 1981, proprio come tentativo di rispondere alla rivoluzione iraniana, che aveva rimesso in gioco l’Islam sciita come protagonista della politica regionale. La minaccia politica – e militare – dell’Iran post-rivoluzionario spinse i Sauditi a cercare una maggiore integrazione con i principali alleati. I progetti di trasformare il GCC in una vera proprio confederazione sono però falliti per le resistenze del Kuwait e – soprattutto – dell’Oman. Il Sultanato di Musqat ha infatti sempre rifiutato di prendere posizione tra i due maggiori paesi dell’area e ha preferito sfruttare la sua eccezionale situazione religiosa (gli Omaniti sono musulmani non sunniti né sciiti) per ritagliarsi lo spazio di mediatore tra la Repubblica Islamica e l’Occidente.

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Anche il Qatar si è opposto alle spinte accentratrici di Riyadh, cercando di costruire una politica estera autonoma dai due principali assi politici regionali. Durante la crisi libanese del 2006 il Qatar si schierò apertamente con la resistenza di Hezbollah e con i palestinesi di Hamas, proprio mentre i Sauditi guidavano il cosiddetto “fronte dei Paesi moderati”, insieme ad Egitto, Marocco e Giordania, su posizioni sostanzialmente assolutorie nei confronti di Israele.

 

Al di là delle preoccupazioni di Riyadh è difficile pensare a un ricollocamento del Qatar in direzione dell’Iran e a impedirlo è principalmente la questione siriana. Doha ha investito – e sta tuttora investendo – miliardi di dollari nel sostegno agli insorti contro il regime di Bashar al-Assad, del quale Teheran è il principale protettore. Un cambio di rotta repentino e così radicale sulla crisi levantina non è realistico e comporterebbe al Qatar un danno di immagine molto grave.

 

Un approfondimento della frattura con gli altri Paesi del Golfo avrebbe in ogni caso delle ripercussioni gravi per il Qatar. Primo esportatore di gas naturali al mondo Doha dipende, per il suo fabbisogno alimentare,  dalle importazioni dagli altri paesi del GCC ed eventuali sanzioni economiche potrebbero metterne a rischio la stabilità politica nel Paese.

 

Il Qatar si trova quindi a un punto nodale della sua storia più recente e corre il rischio di dover realizzare di non essere all’altezza dei disegni politici su cui sta lavorando da ormai vent’anni. Ma c’è di più: abdicare a questa politica significherebbe rinunciare anche alla propria sostanziale indipendenza dal più potente vicino saudita.