Un documentario del 2013 ci porta tra gli amanti della musica nazionalpopolare italiana in Russia, tentando di spiegarci i motivi e le manifestazioni di questa passione così diffusa. Vi siete mai chiesti cosa distingua l’Italia all’estero oltre al cibo? Qual è oggi la fonte di  guadagno di alcuni dei…
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Un documentario del 2013 ci porta tra gli amanti della musica nazionalpopolare italiana in Russia, tentando di spiegarci i motivi e le manifestazioni di questa passione così diffusa.

Vi siete mai chiesti cosa distingua l’Italia all’estero oltre al cibo? Qual è oggi la fonte di  guadagno di alcuni dei cantanti italiani più famosi dei decenni passati, amati ormai nel nostro Paese solamente da una piccola nicchia di persone? A questa e ad altre domande risponde l’interessante documentario girato da Marco Raffaini, Marco Mello e Giuliano Ligabue nel 2013 e dedicato ai miti nazionalpopolari della musica italiana, come Pupo, Al Bano e Romina Power, Toto Cotugno e Robertino (che pochi oggi nella Penisola ricordano).

Tutti questi cantanti, che in Italia sembrano ormai appartenere alla storia, in Russia e in altri Paesi dell’area post-sovietica continuano invece a spopolare, facendo il tutto esaurito nei propri concerti. Esiste una ragione di questo fenomeno? C’è un legame di tipo politico, o tutto ciò è dovuto al fascino della cultura italiana e del “maschio latino”?

Come sostengono i registi, il legame con la cultura italiana è molto forte anche per via dei flussi migratori verso l’Italia degli ultimi anni, che hanno permesso di far conoscere meglio la cultura del “Bel Paese” a Est dell’Unione Europea. La ragione principale del forte legame tra cultura nazionalpopolare italiana e spazio post-sovietico sembra però essere la censura imposta durante il periodo sovietico, che rendeva in qualche modo il Festival di Sanremo – trasmesso puntualmente dalla televisione nazionale per via dei suoi contenuti socialmente poco impegnati – l’unico svago accessibile ai cittadini dell’Unione Sovietica.

In tempo di comunismo, gli sfarzi e l’opulenza del principale Festival musicale italiano trasmesso in tv sono rimasti ben impressi nei ricordi della classe popolare russa. Anche se gli ascoltatori non capivano le parole, si ricordano i ritornelli di alcuni grandi successi come Volare, Che sarà, o Il ballo del qua qua, che hanno trasformato cantanti ormai snobbati in Italia in veri e propri eroi all’ombra della Piazza Rossa.

Albano-e-Romina-a-Mosca

Guardando il documentario Italiani veri si può scoprire come i club di “cutugnisti” – i super fan di Cotugno – siano radicati in tutta la Russia e si dividano in fazioni. Da un lato stanno i conservatori, dall’altro coloro che apprezzano il proprio divo anche nei duetti con le più celebri cantanti russofone, nonostante così si perda l’essenza del bel canto italiano, che porta con sé immagini di paradisi lontani e magari speranze di emigrare in un Paese tanto sognato e idealizzato. I “cutugnisti” del film mostrano inoltre di essere stati in grado di trasformare questa loro passione in qualcosa di utile per la loro vita: imparare una lingua lontana dal loro idioma di partenza come l’italiano.

Grazie a Italiani veri, che diventa una sorta di raccolta di memorie e aneddoti riguardanti questi cantanti, si vengono così a scoprire particolari sconosciuti ai più nel nostro Paese, come il fatto che l’ormai dimenticato Robertino – oggi un signore sulla sessantina inoltrata – ha accompagnato nello spazio con una sua canzone l’astronauta russa Valentina Tereškova, prima donna nello spazio in assoluto. O che il cantante Pupo, innamoratosi di una certa Lidia in occasione di un concerto, decise, all’aeroporto di Mosca, di scrivere per lei una canzone, mai dimenticata da tante donne russe oggi sulla sessantina.

L’attrazione verso la musica nazionalpopolare ha sicuramente favorito una migliore conoscenza della cultura del Bel Paese in Russia, fissando però nella mente dei russofoni un radicato pregiudizio sull’italiano: quello maschio, quello seduttore, quello intraprendente rispetto al noioso russo, che nel tardo pomeriggio è già alle prese con l’alcool. L’italiano, quello vero, quello che dà il titolo al documentario ma che ancor prima ha dato il nome alla canzone di Cotugno – un tormentone ancora in voga tra le generazioni di amanti della canzone italiana nell’ex Urss – ha conquistato da decenni la Russia e ancora oggi dà mangiare ad artisti che in Italia sarebbero già in pensione da tempo.

Il documentario è un interessante viaggio sociologico e nel tempo all’interno della Russia: quella sovietica, quella appena uscita dal comunismo e speranzosa nel futuro, che vedeva l’Italia come un miraggio, e quella di oggi dove, in alcune fasce della popolazione, soprattutto le più popolari, l’Italia rimane qualcosa di lontano e poco accessibile. La possibilità di sognare e viaggiare nel Bel Paese viene così delegata alla voce di Cotugno, Pupo o Robertino.

Marco Raffaini, Marco Mello e Giuliano Ligabue, Italiani veri, documentario, Italia 2013 (http://www.italianiverifilm.com/).