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21Maggio2013

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Qatar: i dilemmi del piccolo gigante

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Piccolo, ma sempre più ingombrante. L’emirato del Qatar, terra di perle e magnifici purosangue, conosce in questo periodo il momento di massima influenza internazionale della sua giovane storia, e non ha nessuna intenzione di tornare a giocare un ruolo da comprimario. Complice il vuoto di potere generato dalla crisi di riferimenti tradizionali come l’Egitto, l’Iraq e la Siria, Doha ha assunto negli ultimi tempi una postura regionale sempre più attiva e multidirezionale, capace di sedurre tanto gli Stati Uniti d’America quanto la Fratellanza Musulmana. Un simile esercizio di equilibrismo, tuttavia, nasconde tante probabilità d’insuccesso, e l’onda lunga delle primavere arabe sembra complicare i piani della dinastia al-Thani.

La parabola del “nuovo” Qatar si innesca nel giugno del 1995, quando il Principe Hamad bin Khalifa al-Thani, a seguito di una querelle familiare, approfitta di un viaggio in Svizzera del padre Khalifa per impadronirsi in modo incruento del potere. Da quel momento scatta la lenta ma costante rincorsa dell’emirato ai tavoli più influenti della regione, grazie ad un iperattivismo diplomatico che può contare su strumenti di persuasione quasi irresistibili.

In primis, madre natura: grande come metà dell’Emilia-Romagna e con una popolazione di soli 400'000 “nazionali”, il Qatar è di fatto adagiato sopra il North dome, che con le sue riserve di 51 trilioni di metri cubi rappresenta il più grande giacimento di gas al mondo. Lo strapotere finanziario garantito da tali risorse ha permesso alla famiglia al-Thani di costruire uno degli esempi più riusciti di rentier state, nel quale i cittadini attingono copiosamente alle rendite dello stato (il PIL pro capite è il secondo al mondo dopo quello del Lussemburgo, attestandosi a 102,700 $) al punto da legittimarne la natura irriducibilmente autoritaria. Questo tacito contratto non solo ha messo Doha al riparo dal vento delle primavere arabe, ma ha anche permesso all’emiro al-Thani una straordinaria disinvoltura nella conduzione della propria politica estera, fino alla coraggiosa scelta di schierare i propri caccia sui cieli della Libia nell’estate del 2011 insieme a quelli francesi e inglesi.

Il potere economico, tuttavia, non è soltanto fonte di stabilità sociale e dell’ordine interno, ma rappresenta uno straordinario passepartout nell’arena internazionale, in particolar modo in questa fase storica. In concomitanza della crisi economica del 2008 il piccolo gigante del Golfo ha gradualmente acquisito il ruolo di creditore di ultima istanza della finanza occidentale, grazie ad un’immagine più presentabile alle platee europee ed americane rispetto a quella di russi e cinesi. Le vittime della longa manus della Qatar Investments Authority (QIA), fondo sovrano da 85 miliardi di dollari controllato dai vertici della famiglia al-Thani, sono illustri: Barclays, Porsche, Harrods, Miramax, Banco Santander. Dopo la vittoriosa candidatura di Doha ad ospitare i Mondiali di calcio del 2022 anche lo sport gioca un ruolo importante, come testimonia l’acquisto del Paris Saint Germain e la sponsorizzazione della Qatar Foundation, controllata dalla seconda moglie di al-Thani Sheikha, sulla leggendaria e fino a quel momento “inviolata” camiseta del Barcellona.

La forza della QIA, a differenza dei fondi sovrani degli Emirati Arabi o di quelli sauditi, è data dalla forte centralizzazione decisionale attorno a quattro figure chiave: l’emiro Hamad, suo figlio il principe Tamim, la già citata Sheikha ed infine il primo ministro Hamad Bin Jassim al-Thani. Tale concentrazione di potere ha garantito al Qatar un notevole attivismo a cavallo fra la diplomazia e la finanza internazionale, nonché una popolarità sinora sconosciuta a Washington.

passeriMo2Tuttavia, a dispetto di questi poderosi asset l’emirato rappresenta, in termini di politica di potenza tradizionale, poco più che un’appendice della Penisola Arabica, una città-Stato stretta fra il gigante saudita e quello iraniano. Per far fronte ad una simile inferiorità rispetto a dei vicini così ingombranti il Qatar ha dunque puntato su una doppia strategia, affidandosi completamente all’ombrello protettivo americano per risolvere il proprio dilemma della sicurezza e, al contempo, sviluppando una proiezione esterna basata sul soft power e sul ruolo di nuovo mediatore regionale. Ciò ha permesso all’iperattivismo della diplomazia qatariota di toccare, con esiti alterni, numerose aree di conflitto nella regione e fuori di essa: Afghanistan, Libano, Siria, Egitto e perfino il Sudan.

Come detto, il primo pilastro della rinnovata postura qatariota è rappresentato dalla base della US Air Force di Al-Udeid, costruita a spese della famiglia al-Thani durante gli anni ’90 quando il Qatar non ancora disponeva di un singolo aereo da combattimento. Nel 2003 le forze statunitensi hanno deciso di abbandonare alcune storiche basi poste in territorio saudita accettando l’accoglienza dell’emiro, e da allora il sito di Al-Udeid è stato uno dei cardini delle operazioni militari in Iraq e Afghanistan.

Il secondo pilastro chiama invece in causa Al Jazeera, colosso dell’informazione regionale su cui negli ultimi anni sono stati versati fiumi di inchiostro. Il caso di Al Jazeera è interessante poiché la sua parabola recente ricalca, per certi versi, quella seguita dallo stesso Qatar: esplosa in popolarità a seguito dei fatti dell’ 11 settembre e della war on terror, l’emittente veniva spesso guardata in Occidente con scetticismo e perfino aperta ostilità, a causa della presenza capillare nella regione che ne aveva fatto il tramite privilegiato delle fatwe di Al Qaeda. Col passare del tempo, però, ed in particolare a seguito delle primavere arabe, Al Jazeera si è proposta con successo come “la voce di chi non ha voce”, al fianco delle giovani generazioni arabe che seguivano con trasporto gli eventi egiziani di piazza Tahrir. Secondo alcuni questo poderoso strumento di influenza è stato però gestito in modo sempre più consapevole e deliberato dalla diplomazia qatariota, alimentando, soprattutto nella vicenda siriana, una narrazione artificiosa di sollevazioni pacifiche e democratiche.

Tale orientamento, unito al legame sempre più stretto con gli Stati Uniti, ha di certo aumentato la risonanza della postura di Doha nella regione, ma ha anche alienato i consensi degli attori sui quali il Qatar ha deciso di non scommettere, primi fra tutti Bashar al-Assad ed il Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane, che sorveglia da quasi un anno sulla presunta transizione democratica del paese.

PasseriMO3Proprio nel caso egiziano, infatti, è possibile intravedere l’ultima evoluzione della politica estera di al-Thani, che ha deciso di abbandonare i panni dell’arbitro per foraggiare in modo neanche troppo discreto la Fratellanza Musulmana, così come aveva fatto nell’inverno del 2011 con il partito confessionale tunisino En-nahda (“risveglio”). I legami sono molto calorosi anche con Hezbollah in Libano, dopo la pioggia di aiuti per la ricostruzione a seguito della guerra del 2006 e l’intesa con Israele raggiunta a Doha nel 2008, grazie soprattutto ai buoni uffici di al-Thani. Negli ultimi mesi gli instancabili emissari dell’emiro hanno perfino invitato alcuni esponenti talebani ad aprire una rappresentanza a Doha per facilitare le trattative con Washington, ma la proposta non è stata ancora raccolta.

Le ultime elezioni per le assemblee costituenti in Egitto e Tunisia, che hanno visto il trionfo dei partiti confessionali, sembravano confermare che in Qatar, terra di perle e magnifici purosangue, avessero scelto ancora una volta i cavalli vincenti, ma alcuni sviluppi delle ultime settimane hanno mutato sensibilmente la situazione. In Siria i tentativi dell’emiro di replicare la mediazione di successo del caso libanese si è scontrata con il risentimento di Assad e le accuse di sostenere i rivoltosi. In Egitto l’avvicinamento alle presidenziali di fine maggio è stato invece scosso dalla decisione della Corte Costituzionale di squalificare dieci candidati dalla corsa elettorale, tra i quali figura Khairat el-Shater, leader del partito “Giustizia e Libertà” che è diretta emanazione della Fratellanza.

L’ostinazione dimostrata dal Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane nel cedere il potere potrebbe quindi frenare la corsa dei Fratelli Musulmani alle presidenziali, con il serio rischio che il nuovo governo che si formerà al Cairo non sarà dei più amichevoli. In aggiunta, lo stallo siriano non fa che aumentare l’incertezza di Doha, mentre il sempre presente affaire iraniano pende come una spada di Damocle sullo Stretto di Hormuz e le immense risorse naturali dell’emirato.

Le prossime elezioni in Egitto imprimeranno quindi un primo segno, forse decisivo, sul futuro del Qatar nella regione. Il vuoto che ha favorito l’ascesa del piccolo gigante del Golfo sta per essere nuovamente colmato. Resta da vedere se dai cavalli giusti.

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