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20Maggio2013

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L'Europa dei pirati

pirati 1Quando Rickard Falkvinge fondò il Partito Pirata svedese, scarabocchiandone il primo statuto su un tovagliolo del McDonald’s, di certo non avrebbe immaginato che a distanza di sei anni la sua creatura rappresentasse la novità più dirompente del panorama partitico europeo. Da quella fredda notte di Goteborg del 2006 al congresso di Praga del 14 aprile scorso, durante il quale i delegati dei 19 “partiti pirati” dell’Unione hanno messo a punto la strategia in vista delle elezioni europee del 2014, sono cambiate molte cose.

Il movimento è cresciuto attraverso vittorie importanti: il primo exploit è del 2009 e riguarda il paese che ha visto nascere l’onda dei pirati. Alle elezioni europee il partito svedese raggiunge il 7,1% dei consensi, ottenendo due seggi a Strasburgo. Questi ultimi sei mesi hanno poi certificato la definitiva consacrazione, giunta però dalla compagine tedesca del movimento: il Piraten Partei fa prima parlare di sé alle comunali berlinesi di settembre 2011, con un bottino dell’ 8,9% e 15 consiglieri, per poi guadagnare definitivamente il proscenio nel marzo scorso alle elezioni della Saarland, dove raggiunge il sorprendente risultato del 7,5%. Ciò gli consente di accedere al parlamento regionale a scapito principalmente dei liberali dell’FDP, alleati della CDU di Angela Merkel al Bundestag.

Il Piraten Partei, dunque, rappresenta oggi una realtà che non può più essere esclusa dai calcoli degli altri partiti tedeschi, Verdi in primis. Utilizza stili e canali diversi: emblematico lo slogan per le regionali del Nord-Reno-Vestfalia della prossima settimana, “Per questo sistema è disponibile un update”, e per questo affascina e al contempo spaventa gli attori politici tradizionali, reperti dell’era “analogica”. I sondaggi attuali lo danno al 10% di popolarità su base nazionale, dopo l’ennesima buona prestazione alle elezioni dello Schleswig-Holstein del 6 maggio che ha fruttato un 8% di consensi, pari a sei seggi. Di questo passo, l’idea che nel 2013 possa superare lo sbarramento del 5% per il Bundestag non è più un’eresia.

Il percorso compiuto in questi sei anni dai pirati, che li ha visti mettere radici in tutta Europa e anche aldilà di essa, non ha però rinnegato la natura originaria del movimento, forgiatosi attraverso le prime battaglie contro il governo svedese per la libertà di internet e del file sharing. Come ammette Falkvinge: "Il fatto che sia stato io a lanciare il Partito pirata è solo un caso; era venuto il momento. Se non fossi stato io, lo avrebbe fatto  qualcun’altro". L’accresciuto peso politico e le conseguenti pressioni non sembrano tuttavia offuscarne la chiarezza d’intenti, che può giovarsi anche di un target di riferimento molto preciso: i giovani, vere vittime della crisi economica scoppiata nel 2008. L’onda dei pirati ha saputo alimentarsi dal bacino di insofferenza emerso attorno agli Indignados spagnoli e al movimento Occupy, presentando le parole d’ordine di libertà, apertura e trasparenza, rifiutando così una categorizzazione rigida e tradizionale sull’asse destra-sinistra.

Alle comunali di Berlino hanno proposto un programma che li avvicinava molto alla sinistra estrema, rivendicando trasporti pubblici gratuiti e il diritto alla casa per tutti. La lotta connessa alle libertà di internet è però il vero cavallo di battaglia, trovando le sue radici nella “Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio”, redatta nel 1996 da John Perry Barlow.

pirati 2La matrice ideologica di riferimento è quella del libertarismo, legato ad un profondo scetticismo nei confronti dell’idea di Stato e di governo, il quale, a sua volta, può garantirsi legittimazione soltanto ampliando le forme di partecipazione diretta dell’individuo nell’arena politica. In questo senso, i deputati devono rappresentare costantemente la volontà dei loro elettori, che evolve di continuo e può essere recepita in tempo quasi reale grazie ai meccanismi partecipativi forniti dal web.

I pirati hanno avuto il merito di raccogliere tale disagio e di incanalarlo all’interno del dibattito democratico, facendo di fatto in modo che questo sentimento non si traducesse in tendenze centrifughe e dannose. E’ ancora presto, tuttavia, per dire dove questo movimento potrà arrivare, se rappresenterà una meteora partorita dall’antipolitica e dalla crisi delle fedeltà tradizionali o se, come sostengono alcuni, il partito pirata rappresenti un movimento storico di primaria importanza, paragonabile al movimento operaio, a quello ecologista o quello omosessuale.

I prossimi due anni ci aiuteranno certamente a sciogliere questo dilemma: le elezioni legislative tedesche del 2013 e quelle europee dell’anno successivo getteranno definitivamente la maschera sulle reali ambizioni dei pirati, che dovranno scrollarsi di dosso, una volta per tutte, l’etichetta di semplice fenomeno di reazione alla crisi della politica tradizionale. 

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