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25Maggio2013

Cina: l’essere Potenza passa anche dal vincere Olimpiadi

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Nel giorno dell’apertura ufficiale della trentesima edizione dei Giochi Olimpici estivi di Londra sono in molti a pronosticare la Cina quale vincitrice finale del medagliere per nazioni. Gli exploit delle ultime cinque edizioni - in cui la compagine orientale non è mai andata al di sotto delle 50 medaglie, raggiungendo quota 100 nel 2008 - tendono però a far dimenticare che queste grandi prestazioni non sono tanto il frutto di una lunga tradizione negli sport olimpici ma, piuttosto, il risultato di investimenti recenti, che rispondono alla volontà di usare le vittorie sportive per accrescere il proprio prestigio internazionale.

Gli esordi cinesi alle Olimpiadi furono tutt’altro che gloriosi e risalgono ad un’epoca storica in cui l’attuale Repubblica Popolare era ancora di là da venire: ai Giochi di Los Angeles del 1932 sembrava che la Cina, impegnata nella guerra contro il Giappone, non avesse alcuna intenzione di partecipare. Immediatamente, allora, i giapponesi chiesero al velocista Liu Changchun di rappresentare lo Stato fantoccio del Manchukuo. Egli, però, con uno scatto di orgoglio nazionalista, rifiutò: «Come potrei tradire la nazione e mettermi a servizio d’altri come se fossi un cavallo o una giovenca?». Il suo patriottismo convinse il generale Chang Hsueh-liang a sovvenzionargli la trasferta americana, facendolo diventare il primo atleta cinese ai Giochi.

Quattro anni più tardi la Cina si presentò nella Berlino addobbata a svastiche e cinque cerchi con un contingente ben più corposo e animato dall’ambizione di dimostrare, attraverso le vittorie olimpiche, che il Paese non fosse solamente un “giocattolo” in mano alle potenze straniere. Gli sforzi degli atleti cinesi furono però vani e la delegazione tornò mestamente a mani vuote.

Dopo la seconda guerra mondiale la Cina nazionalista di Chiang Kai-shek – pur essendo impegnata nella guerra civile con le forze comuniste guidate da Mao Tse-tung, partecipò, senza però conquistare alcuna medaglia – ai Giochi di Londra del 1948. La vittoria maoista nella guerra civile portò all’esilio dei nazionalisti a Taiwan: arroccati nell’isola, i fedeli di Chiang Kai-shek, forti del sostegno occidentale, mantennero diversi privilegi, tra cui non solo il seggio permanente nel consiglio di sicurezza dell’ONU ma anche il controllo sul Comitato olimpico cinese (COC). L’allora Presidente del CIO Avery Brundage sostenne infatti che il COC avesse solamente cambiato indirizzo, ma le Olimpiadi degli anni Cinquanta rimarranno fortemente influenzate dal conflitto per stabilire quale “anima” della Cina, fra quella comunista e quella nazionalista, avesse i connotati per rappresentare il Paese sul palcoscenico olimpico.

Ad Helsinki 1952 il tira e molla fra quale delle due Cine dovesse partecipare fu talmente complesso che quando, nonostante il parere negativo degli Stati Uniti, fu concesso agli atleti di entrambe le delegazioni di prendere parte alle gare, la Cina nazionalista decise di boicottare l’evento. Nel continente però la notizia arrivò troppo tardi e solo un atleta, fra i quarantuno giunti in Finlandia, riuscì a prendere parte alle competizioni.

Quattro anni più tardi la partita a scacchi si ripeté, seppur con un esito opposto: i comunisti accettarono per primi l’invito, generando il rifiuto di Taipei, ma poi cambiarono idea e così fu la Repubblica Popolare a boicottare i Giochi di Melbourne. Confusi da questo valzer gli organizzatori australiani crearono ulteriore imbarazzo, innalzando erroneamente la bandiera della RPC al posto di quella della Cina nazionalista.

Proiettata verso il grande balzo in avanti e sentendosi abbandonata dall’URSS, che non aveva dato seguito al trattato di assistenza nucleare e aveva ridotto gli aiuti militari, la RPC radicalizzò le proprie posizioni anche in ambito sportivo, chiedendo con determinazione crescente l’espulsione di Taiwan, fino a che, davanti all’opposizione del CIO, il 19 agosto 1958 la Cina comunista annunciò la propria uscita dal movimento olimpico.

Nel corso degli anni Sessanta,pressoché isolata dal movimento sportivo internazionale, la Cina maoista adottò un approccio sportivo di tipo igienista diametralmente opposto a quello odierno, descritto alla perfezione dallo slogan: “prima di tutto l’amicizia, poi la competizione”. Con la fine della “Rivoluzione culturale” lo sport, grazie al suo carattere periferico, divenne uno strumento diplomatico. Nel caso specifico fu il tennistavolo, che restava una delle poche discipline nelle quali la RPC continuava a competere a livello internazionale, ad essere usato per avvicinarsi gradualmente agli Stati Uniti e preparare – con quella che sarebbe passata alla storia come la “diplomazia del ping pong” – l’opinione pubblica di entrambi i paesi alla riapertura dei rapporti diplomatici.

ChinaOl2Dopo l’ingresso nel Consiglio di sicurezza dell’ONU la RPC chiese, nel 1975, la riammissione al CIO, pretendendo però allo stesso tempo l’espulsione di Taiwan. Contrario all’espulsione di un paese membro il CIO rifiutò la richiesta ma mantenne la porta aperta. Con l’ascesa di Deng Xiaoping fu trovato un compromesso fra le due parti, che permise il reintegro della Cina continentale: il Comitato olimpico di Taiwan, adottando nuovi simbolo, inno e bandiera, non sarebbe stato espulso, ma si sarebbe chiamato Chinese Taipei Olympic Committee, una definizione funzionale alla politica estera di Pechino che considerava Taiwan un territorio appartenente alle madrepatria.

Il rientro della RPC non giunse però in tempo rispetto all’appuntamento di Mosca poiché intervenne, a ennesima prova della freddezza dei rapporti fra Pechino e Mosca, il boicottaggio cinese a sostegno degli americani contro l’edizione del 1980. Il momento propizio sarebbe arrivato quattro anni più tardi a Los Angeles: in California – sfruttando l’assenza degli atleti del blocco comunista, impegnati con un contro-boicottaggio in uno degli ultimi colpi di coda della Guerra Fredda – i 225 atleti cinesi conquistarono 32 medaglie di cui 15 d’oro, piazzandosi al quarto posto del medagliere olimpico. Questo successo contribuì a cambiare l’immagine della Cina, che si stava proprio allora aprendo al mercato. Se l’imperativo delle nuove generazioni era “fare business”, nello sport “vincere” era nuovamente diventato importante.

A Seoul 1988 il rientro di URSS e Repubblica Democratica Tedesca ridimensionò i successi conseguiti dalla RPC a Los Angeles, mettendo momentaneamente in crisi la strategia olimpica cinese. A partire dagli anni Ottanta la Cina aveva infatti sviluppato un disegno volto da un lato a diventare la prima potenza sportiva mondiale, e dall’altro ad ospitare un’edizione dei Giochi Olimpici. Entrambi i risultati furono raggiunti nel 2008. Fallita la corsa per organizzare i Giochi del Millennio, nel 2001 il Paese ottenne l’edizione del 2008, anno in cui avvenne l’agognato sorpasso agli Stati Uniti.

Il quarto posto di Los Angeles fu confermato anche a Barcellona 1992 e ad Atlanta 1996, rispettivamente con 54 e 50 medaglie, ma nel 2000 a Sidney con 58 metalli di cui 28 d’oro arrivò il gradino più basso del podio del medagliere. La corsa continuò inarrestabile l’Olimpiade successiva con 32 ori (63 medaglie) e il secondo posto alle spalle degli Stati Uniti, scalzati nell’edizione casalinga del 2008 con 100 medaglie (contro le 110 degli Stati Uniti) e 51 ori (36 per gli USA).

Quest’anno la Cina è chiamata a riconfermarsi ma, per quanto favorita, non potrà beneficiare del fattore casalingo.Non è dunque del tutto scontato il predominio sportivo cinese alle Olimpiadi di Londra. Rispetto a Pechino, infatti, la delegazione si è quasi dimezzata passando da 639 a 380 atleti (gli americani sono 530, i britannici 541), un taglio dovuto prevalentemente alla mancata qualificazione in alcuni sport di squadra, nei quali a Pechino era qualificata di diritto, ma anche ai costi di una lunga trasferta e a un razionamento negli investimenti sportivi. A Londra la Cina schiererà solo i migliori e la sfida agli Stati Uniti è comunque lanciata.

Chinaol3Le vittorie garantiscono infatti prestigio e finire in testa al medagliere olimpico contribuirebbe a rafforzare l’immagine di una superpotenza capace, in un nuovo equilibrio bipolare, di competere e vincere con gli Stati Uniti in tutti i campi, compreso lo sport. Per questo il vecchio ma efficace modello sportivo dirigistico e verticistico di stampo comunista è stato mantenuto e, dato il bacino di reclutamento del Paese, le medaglie in sport come la ginnastica, il badminton, il tennis tavolo e i tuffi sono garantite per diverse generazioni.

Negli ultimi anni, tuttavia,si sono registrati importanti investimenti in discipline generalmente considerate monopolio culturale occidentale, come il basket* e il calcio. Questo sviluppo è stato guidato, al contrario di quello che avviene negli altri sport, da forze private. Il soft power sportivo cinese sta quindi prendendo molteplici strade: non solo la ricerca del prestigio attraverso le vittorie olimpiche, ma anche il tentativo di diventare un centro d’attrazione per gli sport-spettacolo.

 

 

* Si è volutamente usato il termine basket invece di pallacanestro in riferimento al fatto che negli ultimi anni la pallacanestro cinese guarda sempre più all’NBA.

Alcuni passaggi dell’articolo sono stati presi dal libro “Giochi di potere. Olimpiadi e politica da Atene a Londra 1896-2012” edito nel 2012 da Le Monnier.

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