La condanna di Videla, o « Sinite parvulos »
- In Americhe
- Ultima modifica il 24 Luglio 2012
- By Davide Barile
La recente condanna a cinquant’anni di reclusione comminata a Jorge Rafael Videla, presidente della Repubblica Argentina durante la dittatura sorta dal golpe del 1976, può sembrare, a chi considera la giustizia come mera punizione del colpevole, un atto tardivo e pressoché inutile. L’ex comandante in capo dell’esercito argentino, infatti, ha ormai ottantasette anni ed è comunque già recluso nella base militare di Campo de Mayo per altri crimini legati al cosiddetto «Processo di Riorganizzazione Nazionale». Il vero significato della condanna, invece, si estrinseca sul piano della memoria ed impone una volta di più di osservare la persistente estensione delle ombre della dittatura sul presente democratico del Paese.
Non potrebbe essere altrimenti, visto che la condanna ha sanzionato la «pratica sistematica e generalizzata di sottrazione, detenzione ed occultamento di minorenni», cioè di bambini e neonati sottratti ai loro genitori naturali durante la dittatura e quindi «affidati» a coppie considerate leali al governo dei militari. Bambini e neonati che, nel frattempo, sono cresciuti ignorando di essere figli di quella generazione desaparecida vittima della follia del potere militare: inconsapevoli trait d’union tra un’epoca in cui molti giovani argentini si impegnavano politicamente per una società più equa ed una fase politica che, almeno nella retorica dell’attuale governo, si richiama proprio a quel periodo di attivismo. La condanna, infatti, si aggiunge alle altre intervenute nell’ultimo lustro nel ricusare la prassi politica degli anni Ottanta, che aveva visto i primi governi della ristabilita democrazia legiferare affinché i militari non dovessero rispondere delle proprie infamie.
Ma la condanna, rievocando il sinistro «sinite parvulos» di Videla, richiama anche le lacerazioni prodotte da una riflessione sul passato che non è univoca neanche tra chi, a quella dittatura, si è sempre opposto. Il caso più lampante è la divisione tra le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo, due associazioni che vengono sovente confuse ma che perseguono obiettivi molto diversi. Sono infatti le Nonne (Abuelas) ad essersi poste come obiettivo principale il ritrovamento dei propri nipoti, vale a dire i bambini dei propri figli desaparecidos. Tuttavia, i loro metodi, giungendo talvolta alla richiesta di esami medici coercitivi, hanno suscitato critiche: in particolare, le Madri hanno sottolineato il rischio di causare traumi in quei casi fortunati in cui i figli dei desaparecidos abbiano trovato famiglie amorevoli e non strettamente connesse con la dittatura. Si è così giunti a casi estremi di rifiuti da parte di alcuni possibili nipoti a sottoporsi all’esame del DNA e di analisi effettuate in incognito su oggetti personali. Ad oggi, comunque, la lista dei nipoti «recuperati» dalle Abuelas ha già superato il centinaio di nomi.
Un punto spinoso della sentenza, troppo poco sottolineato, dovrebbe però riguardare il supporto che la giunta militare riceveva dall’estero. Su Cronache Internazionali, in precedenza, Luca Boschini ha riportato come Videla rivendichi con orgoglio la propria opera, sostenendo la propria vicinanza a Dio. Non potrebbe essere altrimenti: la cosciente connivenza dei vertici cattolici con il governo militare è un dato di fatto. Numerosi sono gli esempi di casi in cui questo rapporto ha portato molti prelati ad ignorare, o addirittura a rimproverare, le richieste da parte dei loro stessi fedeli di opporsi ai soprusi della junta. Né quest’ultima era isolata politicamente nella sua azione, in quanto supportata dai servizi segreti statunitensi e da numerose cancellerie occidentali. Esecutivi occidentali che sono nel frattempo cambiati, ma non completamente: si consideri ad esempio il fatto che alcuni tra i generali argentini erano membri della loggia deviata P2, alla quale appartenevano politici e funzionari ancora influenti all’interno delle istituzioni italiane.
La condanna di Videla, dunque, non va vista solo come un atto giudiziario, né riguarda un uomo solo. Non va neanche considerata come un «evento storico», il che rischierebbe di farne un semplice feticcio da musealizzare. Al contrario, la sentenza acquista una sua vitalità nel confermare un rinnovato orientamento della riflessione sugli anni della dittatura e nel fornire uno stimolo ulteriore ad allargare i contesti di quegli eventi tragici: quello nazionale, pervaso dai persistenti effetti di questi ultimi, e quello internazionale, perché quei fatti sarebbero avvenuti più difficilmente senza la complicità di chi oggi, magari, applaude alla condanna.
Contatta l'autore: Davide Barile
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

