Oh, Valentino vestito di nuovo…
- In Medio oriente
- Ultima modifica il 13 Luglio 2012
- By Romano Bellezza
Quando sei piccolo devi ingegnarti per sopravvivere. A questo assunto basilare della selezione naturale non fanno eccezione gli Stati, e, come in natura esistono strategie assai diversificate per resistere alla legge del più forte, così nelle relazioni internazionali gli Stati adottano politiche differenti per cercare di assicurarsi un equilibrio di potenza internazionale rispondente ai propri interessi specifici. La strategia del Qatar – che tocca in questi giorni il suo apice di visibilità con l’acquisizione della firma italiana Valentino – consiste in una combinazione intelligente di risorse economiche e mediazione politica che gli ha permesso di ricavarsi un ruolo per nulla scontato nella definizione delle dinamiche dell’area MENA.
Non che sia stato facile. La modesta penisola al centro del Golfo persico ha ottenuto l’indipendenza dai britannici soltanto nel 1971 e ha dovuto faticare non poco per affrancarsi dalle pressioni interessate dei vicini Paesi arabi, rifiutando di diventare parte dell’Arabia Saudita e di federarsi agli Emirati Arabi Uniti. Tra l’abbraccio soffocante dei sauditi e il fiato sul collo dell’Iran khomeinista, Bin Khalifa al-Thāni, deposto il padre nel 1995, è riuscito a costruirsi un emirato che conta, dosando accuratamente l’astuzia del falco, la saggezza della formica e il trasformismo del camaleonte.
I dilemmi del piccolo gigante sono stati affrontati, però, soprattutto con la dote che forse più di ogni altra ha contraddistinto gli al-Thāni: la visione strategica di lungo periodo, che ha consentito loro di non limitarsi a fronteggiare le contingenze politiche del momento, ma di elaborare quel piano nazionale di gestione delle risorse economiche e di investimenti che li ha portati, nel giro di alcuni decenni, a fare del mondo il loro mercato di beni di lusso.
Risolto il problema della sicurezza nazionale grazie al sempre utile ombrello americano, il Qatar ha potuto dedicarsi alla costruzione della propria potenza economica e culturale, in termini di gestione lungimirante dei profitti derivanti dalle abbondanti risorse energetiche del Paese (in ciò differenziandosi in parte dagli altri Stati réntier), nonché in termini di soft power, felicemente avviato con la creazione del network di informazione di riferimento per il mondo arabo, al-Jazīra.
Attraverso questa strategia gli al-Thāni sono riusciti a raggiungere un equilibrio perfetto tra controllo del potere interno – assicurando alla popolazione un benessere esemplificato dal dato di un PIL pro-capite inferiore solo a quello del Lussemburgo – e crescita dell’influenza internazionale. In merito a questo secondo aspetto, è stato spesso sottolineato il ruolo propulsivo della monarchia qatariota nei confronti della fine dei regimi di Gheddafi e Mubārak e dell’ascesa dei partiti islamici nelle neonate democrazie maghrebine, non solo attraverso l’influenza mediatica, ma anche attraverso il supporto militare ai ribelli libici e il sostegno economico a movimenti come la Fratellanza musulmana o en-Nahda (la cui affermazione in Tunisia, così come la vittoria di Mursī alle presidenziali egiziane, rappresenta per al-Thāni una scommessa vinta).
Ed è incontenibile il Qatar: la corsa alla conquista dell’area mediorientale non sembra fermarsi. I piani strategici per lo sviluppo futuro del Paese, la Qatar National Vision 2030 e la Qatar National Development Strategy 2011-2016, danno contezza di come all’emirato siano ben chiari gli obiettivi da perseguire e quante e quali ambizioni la potenza del Golfo, assolutamente illesa dalla crisi mondiale, intenda realizzare.
Dunque, con un Occidente piegato dalla crisi economica, il triumvirato degli al-Thāni (l’emiro, la seconda moglie in funzione di first lady progressista in stile Rānia di Giordania, e il cugino primo ministro) può andare in giro per il mondo ad approfittare dei saldi per cessazione attività di molti dei maggiori asset delle stanche economie occidentali, mettendo mano al portafoglio nazionale che è la Qatar Investment Authority.
Ultima di una serie interminabile di vittime illustri: Valentino. Il marchio italiano, in realtà, è stato rilevato a peso d’oro (oltre 700 milioni di euro), ma il lusso è un diritto per il nuovo Qatar da ‘Mille e una notte’ e il prestigio di vantare la proprietà della più importante maison al mondo val bene qualche euro in più.
E pensare che molti analisti in passato hanno additato l’Islām come freno per lo sviluppo economico! Ah, l’Islām… sembrava quasi che gli investimenti del Qatar fossero volti unicamente a sterilizzare le incertezze delle rendite derivanti da petrolio e gas naturale, a consolidare e far crescere l’economia del Paese nonché le ricchezze personali della famiglia reale. È davvero pensabile che un fondo sovrano come la QIA riesca a rispettare il divieto islamico di ribā’ (usura) o quello di gharār (presenza di rischio o incertezza in un contratto o in una transazione)? E gli islamisti radicali che il Qatar ha foraggiato non ne ledono l’immagine di emirato illuminato che il Paese è pronto a presentare al mondo in occasione dei mondiali di calcio del 2022?
Ecco forse una cifra che in pochi considerano e su cui è probabile che il Qatar, come molti altri Paesi emergenti, si trovi impreparato: quella culturale. Se è vero che non vestiremo più italiano, è anche probabile che saremo disposti a pensare e a vivere qatariota?
Il soft power necessita anche del prestigio culturale. È questo il campo in cui la civiltà occidentale, specie europea, ha ancora molto da dire, e su questo terreno deve essere capace di continuare a imporsi per evitare di soccombere del tutto ai Paesi emergenti.

