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19Maggio2013

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Siria. Le ultime ore della diplomazia

Siria. Foto1Con l’intensificarsi delle violenze, il quadro diplomatico che interessa la Siria si fa sempre più complesso. In gioco ci sono molteplici attori e le loro posizioni si controbilanciano costantemente fra chi fa pressioni sul regime di al-Assad e chi invece mostra il proprio sostegno alla sua tenuta. Il livello dello scontro è ormai vicino a quello di una vera e propria guerra civile, benché i commentatori siano molto cauti nel ricorrere a questa espressione. Il costo umano del conflitto e i suoi effetti sulla regione sollecitano la comunità internazionale a cercare presto una soluzione. Nonostante l’impegno mostrato di recente al vertice di Ginevra, sembra inevitabile fare i conti con una dimensione interna che dimostra di poter essere difficilmente gestita dall’esterno e col rischio di un’internazionalizzazione della crisi.

In primo luogo, si ritiene che l’influenza sulla regione di una guerra civile a tutto campo in Siria possa avere conseguenze devastanti. Ugualmente un intervento di tipo militare con mandato ONU da parte degli Stati Uniti e della NATO non si prospetta auspicabile. Usando le parole dell’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, “la Siria non è la Libia: non imploderà, esploderà di là dai propri confini”.

Nel caso in cui l’opzione militare si realizzasse in Siria, si correrebbe il rischio di favorire lo sviluppo dello scontro interconfessionale in Medio Oriente, che la guerra in Iraq ha già contribuito ad accendere; sarebbero in pericolo i confini con lo stesso Iraq, con Israele e con la Turchia; ci si esporrebbe a un riesplodere dell’estremismo islamico nel Paese e si accantonerebbero del tutto relazioni pacifiche dell’Occidente con l’Iran. Per questi motivi si considera importante trovare un accordo a livello diplomatico per arrivare a una soluzione ampiamente condivisa dal momento che il piano in sei punti elaborato in aprile da Annan è fallito dinanzi all’evidenza dei fatti.

L’azione delle Nazioni Unite guidata dallo stesso Kofi Annan e dal Segretario Generale Ban Ki Moon si pone perciò ora l’obiettivo di conciliare gli interessi dei molti Paesi protagonisti del gioco geopolitico che investe l’equilibrio siriano. Gli Stati Uniti, Israele, la Gran Bretagna e l’Unione Europea vorrebbero una Siria divisa su basi etniche, indebolita e lontana da Teheran; la Francia non rinuncia a riaffermare il proprio ruolo nella regione e a mantenere buoni rapporti con la Siria; la Russia aspira a una base strategica nel Mediterraneo e a un alleato nella regione e viene supportata dalla Cina in questa scelta; gli Stati del Golfo vorrebbero il potere in mano ai sunniti; la Turchia ha come priorità la sicurezza dei propri confini e mira a una soluzione condivisa coi suoi alleati della NATO, senza escludere a priori un allargamento del conflitto; la Lega Araba, infine, cerca di evitare una nuova Libia e si fa promotrice dei diritti umani nella regione.

Siria.Foto2Alla luce della recrudescenza delle relazioni fra la Siria e la Turchia in seguito all’abbattimento di un aereo militare turco, un Phantom F-4, si sono accelerate le contrattazioni, innanzitutto in ambito NATO. Il 30 giugno ha avuto luogo a Ginevra un incontro del cosiddetto “Action Group”, formato dalle potenze e dalle organizzazioni con i maggiori interessi geopolitici nella crisi, in cui è stato elaborato un nuovo piano di transizione. È stato posto l’accento sul fatto che il principio alla base del piano debba essere una gestione siriana della crisi, per evitare di destabilizzare ulteriormente la situazione. Tuttavia, in seguito alle pressioni della Russia, la quale non accetta un’esclusione dell’alleato al-Assad dalle trattative, si è votato per una soluzione detta di “unità nazionale” che coinvolga il dittatore e le forze dell’opposizione rappresentate all’estero dal Consiglio Nazionale Siriano. Le reazioni degli interlocutori siriani non sono state positive e si parla già di fallimento e della necessità di ritrattare i termini del piano. Da un lato al-Assad continua a non accettare interferenze esterne, dall’altro il CNS rifiuta ogni tipo di coinvolgimento dell’attuale regime in un eventuale processo di transizione.

Il recente schieramento di truppe siriane al confine con la Turchia, come risposta alla collocazione da parte di questa di lanciamissili terra-aria, minaccia ulteriormente il conseguimento di una soluzione diplomatica. È allo stesso tempo da evidenziare la novità rappresentata dagli ampi consensi – tra cui soprattutto quello del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov – che ha suscitato il comunicato dell’Action Group.

Segnali, questi, contrastanti che fanno pensare che una soluzione diplomatica della crisi siriana non sia da prospettarsi a breve termine, mentre gli scontri si avvicinano sempre di più al cuore di Damasco.

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