Le megalopoli d’Oriente
- In Asia - Pacifico
- Ultima modifica il 04 Luglio 2012
- By Andrea Passeri
L’Asia sta attraversando una trasformazione di portata storica e, qualora confermasse la sua recente cavalcata, entro il 2050 riuscirà ad affrancare dalla soglia di povertà altri 3 miliardi di persone. Con una quota del prodotto interno lordo globale che, ai ritmi attuali, raddoppierebbe dal 27% del 2010 al 51% del 2050, il continente tornerà presto a dominare l’economia mondiale com’è accaduto negli ultimi due millenni, a parte l’intermezzo relativamente breve concesso all’Occidente dopo la rivoluzione industriale. Questo, in sintesi, è il messaggio contenuto nell’introduzione di ‘Asia 2050: Realizing the Asian Century’, documento prodotto dall’Asian Development Bank per descrivere i connotati di quello che è già stato definito come il ‘secolo asiatico’.
Uno dei riflessi più selvaggiamente visibili nell’abbacinante ascesa vissuta di recente dall’Asia riguarda l’esplosione – demografica, urbanistica ed economica – delle maggiori metropoli d’Oriente. Secondo il primo report delle Nazioni Unite sullo sviluppo urbano delle città asiatiche, pubblicato nel 2011, esse ospitano oggi poco meno di 2 miliardi di persone, grazie in particolare ad un club, in via di ampliamento, di megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti, che è triplicato da quota 4 a 12 negli ultimi due decenni. L’effetto delle migrazioni interne è stato assolutamente impetuoso: tra il 1990 ed il 2010 la proporzione della popolazione urbana è balzata dal 31% al 42%, uno spostamento imponente di 754 milioni di persone – pari al peso demografico combinato di Europa e Nord America – che non ha avuto eguali nel resto del globo.
Quest’incessante trasformazione del continente ha, com’è intuibile, molte facce, che vanno dagli squilibri demografici alla nuova geografia degli hubs economici e finanziari, dalla governance locale alla riduzione della povertà e delle diseguaglianze sociali, per sfociare infine nella tematica più ampia del cambiamento climatico.
La crescita economica di cui l’Asia si è resa protagonista negli ultimi decenni è stata il propellente di questo spettacolare stravolgimento, accompagnata ed amplificata da un processo di rapida urbanizzazione che ha permesso alle maggiori capitali d’Oriente di entrare prepotentemente nel mercato globale. Gli ingredienti della trasformazione? Un’espansione economica basata sulle esportazioni, affiancate da una domanda interna in continua crescita e dalla montante competizione fra i nuovi poli produttivi e finanziari, combattuta principalmente a colpi di investimenti infrastrutturali. Le città asiatiche godono quindi oggi di un’altissima produttività, contribuendo per l’80% ad un prodotto interno lordo regionale che fra il ’90 ed il 2010 è lievitato dai 9 agli oltre 15mila miliardi di dollari.
La crescente prosperità ha prodotto, inoltre, una notevole diversificazione dei settori strategici: i ‘motori’ dell’economia globale, come sono stati definiti dopo la crisi scoppiata nel 2008, non rappresentano più soltanto quella riserva inesauribile di manodopera a basso costo e di irresistibili opportunità di delocalizzazione con cui hanno inaugurato la cavalcata. La produzione manifatturiera cede, infatti, sempre maggior spazio al settore dei servizi innovativi e quella che una volta era la ‘fabbrica del mondo’ si specchia, oggi, nel distretto urbano di Bangalore o di Cyberjaya, le Silicon Valleys del ventunesimo secolo.
Pechino, Shanghai, Chongqing, Seoul, Mumbai, Dhaka, Manila. Il nuovo che avanza, insidiando con determinazione il ruolo di hubs tradizionali come Tokyo, Singapore ed Hong Kong. Simili stravolgimenti, tuttavia, portano con sé squilibri e sfide imponenti, causate da un ritmo serratissimo di crescita e modernizzazione, che in Occidente ha avuto la possibilità di diluirsi su un arco temporale molto più ampio. Minacce come quella della povertà, dei consumi alimentari, dell’allocazione delle risorse e delle emissioni inquinanti, che normalmente sono collegate a fasi diverse dello sviluppo di una società, in Asia si sovrappongono assumendo connotati del tutto inediti, in un intreccio quasi inestricabile.
La povertà, che è stata combattuta in modo efficiente nelle regioni rurali, si è ‘urbanizzata’: le città diventano il simbolo di quella forbice sempre più ampia fra protagonisti e comparse del grande spettacolo di trasformazione, alimentato dai governi in modo spesso selvaggio e del tutto indifferente alle forme più elementari di protezione sociale. La metà della popolazione mondiale dei cosiddetti slums – presentati al grande pubblico Occidentale dal film di Danny Boyle The Millionaire, ambientato nella giungla urbana di Mumbai – si concentra infatti in Asia. Nella maggior parte dei casi è totalmente assente ogni forma di rete idrica, elettrica e di nettezza urbana, con un impatto enorme in termini sanitari. Negli ultimi anni, tuttavia, le autorità nazionali e locali hanno cercato di aggredire realmente il problema: oltre 172 milioni di persone sono state sottratte agli slums, un risultato che è valso il raggiungimento dei cosiddetti ‘Millenium Goals’ promossi dall’ONU.
Dal punto di vista ambientale il bilancio è ancor più preoccupante: le emissioni atmosferiche, in un continente che si basa ancora all’80% sui combustibili fossili, sono causa di circa 519mila morti premature ogni anno. Lo sfruttamento selvaggio e slegato da ogni regolamentazione nell’utilizzo delle risorse naturali ha reso la scarsità idrica una piaga che oggi affligge milioni di persone, in particolar modo in Cina.
Sul fronte opposto, in questa battaglia, vi sono i governi e le autorità locali, che nel caso delle maggiori metropoli sono spesso accompagnati da una pletora di agenzie regionali e para-statali. La tendenza positiva nel contesto della governance delle maggiori municipalità riguarda la progressiva devoluzione verso le autorità locali, dopo decenni di dominio burocratico-amministrativo proveniente dal centro, che si occupava di fornire regolamentazioni minime su standard, erogazione di servizi basilari, programmi di urbanizzazione e piani regolatori. Le cose sono iniziate lentamente a cambiare alla metà degli anni ’90, quando modifiche normative ed, in alcuni casi, vere e proprie riforme costituzionali, hanno aperto le porte alle rappresentanze locali e alla società civile. Maggiore trasparenza, accountability e rappresentanza, queste le strade da continuare a percorrere.
Il costo complessivo degli interventi istituzionali e infrastrutturali che le principali città asiatiche dovranno affrontare nei prossimi dieci anni imporrà una decisa riallocazione delle risorse verso i bilanci locali, che dovranno peraltro alimentarsi in misura sempre maggiore da meccanismi più efficienti di prelievo fiscale. Il valore strategico dell’innovazione e delle cosiddette ‘knowledge economies’ dovrà invece essere il secondo pilastro del secolo asiatico: le megalopoli, in particolare, dovranno esplorare ogni possibile soluzione per attenuare il peso della minaccia ambientale e degli squilibri socio-economici.
Entro il 2050 la popolazione dell’Asia sarà aumentata di un ulteriore miliardo e mezzo, con un impressionante ritmo di crescita demografica di 41 milioni di persone ogni anno. La sfida è stata lanciata, ma per vincerla dovranno essere chiamate a raccolta tutte le straordinarie potenzialità di un intero continente.


