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20Maggio2013

La sfida della Dagong alle 'big three' del rating

dgong

La crisi economico-finanziaria esplosa con la bolla dei mutui sub-prime ed il conseguente fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, successivamente esportata in Europa con gli attacchi alle quote di debito pubblico di paesi come Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, ha portato alla ribalta il ruolo delle Credit Rating Agencies (CRA). Durante questa fase di recessione tali società deputate a tradurre in giudizi sintetici, spesso rappresentati da lettere, una notevole mole di dati di natura economica e politica, hanno infatti proiettato un’aura controversa e piuttosto ambigua. Il rating di colossi come la già citata Lehman Brothers o il gigante assicurativo americano AIG, curiosamente, sono rimasti sempre superiori alla A fino a pochissimi momenti prima della dichiarazione pubblica di fallimento e anche il caso della Grecia, con i suoi bilanci truccati ed il debito pubblico insostenibile, è stata affrontato dalle CRA con mesi di ritardo: basti in questo senso ricordare che il rating ellenico sia stato declassato al livello junk solo fra aprile e giugno 2010, quando la crisi era esplosa già da qualche mese ed i suoi connotati erano noti da tempo nel settore.

Il mondo del rating finanziario può essere considerato infatti come un vero e proprio oligopolio, visto che tre singole società, Standard & Poor’s (S&P), Moody’s e Fitch, si dividono circa il 96% del mercato, con le prime due, in particolare, ad assorbirne quasi l’80%. Va inoltre considerato che tutte e tre hanno sede negli Stati Uniti e, con l’eccezione di Fitch, siano controllate principalmente da capitali americani.

Questo peculiare insieme di caratteristiche ha fatto sì che in diversi momenti venissero mosse aspre critiche contro le cosiddette big three, legate alle loro carenze nel vedere con anticipo determinati fallimenti finanziari e nel riportarli attraverso le stime. Essenzialmente, lo scopo a cui ogni agenzia di rating sarebbe deputata. Oltre ai già citati clamorosi errori legati a Lehman Brothers, AIG e debito pubblico greco tali problematiche erano già state peraltro sollevate in occasione della crisi asiatica del 1997-98, poi seguita nel 2001 dal fallimento del gigante petrolifero americano Enron.

Le critiche più frequentemente mosse a S&P, Moody’s e Fitch si legano al palese conflitto di interessi insito nel fatto che, fondamentalmente, esse risultano controllate da coloro i quali devono poi sottoporsi alle loro valutazioni. Inoltre, la loro principale fonte di entrate sono i pagamenti che le società stesse sostengono, al fine di ottenere un giudizio di redimibilità dalle agenzie. Si evidenzia, così, un chiaro rischio di cortocircuito del sistema: i rating possono essere utilizzati in maniera strumentale per ottenere guadagni finanziari da parte di specifici investitori, così come alcune società aspirano ad ottenere giudizi superiori al loro valore reale in quanto committenti paganti per il giudizio stesso.

Non a caso, Moody’s e S&P risultano sotto inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia americano e anche dei tribunali italiani, fra cui spicca l’indagine avviata dalla Procura di Trani. L’unica salvaguardia in questa situazione ad alto rischio può essere quindi individuata all’interno del mercato stesso ed è legata alla reputazione, all’obiettività, alla trasparenza e all’imparzialità come fonti di legittimazione e autorevolezza dei report prodotti dalle agenzie. Un contesto di questo tipo risultava sicuramente sufficiente nell’epoca in cui John Moody pubblicava il suo libro sui titoli industriali (1900), ma appare sempre più carente in un mondo in cui il mercato finanziario ha avuto un’espansione colossale ed i rating hanno visto crescere la loro importanza di conseguenza.

dagong2Il ‘governo’ a tre della finanza, espresso da S&P, Moody’s e Fitch è stato messo in discussione in tempi più recenti anche grazie all’emergere di una nuova realtà, questa volta non espressione del panorama finanziario occidentale. Complice il crollo di credibilità delle big three ha assunto, infatti, un ruolo sempre più importante la Dagong Global Credit Rating, un’agenzia di rating cinese con sede a Pechino. La fondazione della Dagong, in realtà, risale al 1994 ed ebbe lo scopo primario di rappresentare gli interessi economici cinesi nel resto del globo, difenderne la sicurezza degli investimenti e, soprattutto, di sviluppare un mercato locale del rating. Parallelamente all’emergere della volontà di affermazione di Pechino sullo scacchiere globale a livello economico e strategico, la presenza di un’agenzia di rating autoctona è diventata, infatti, essenziale per poter tradurre grandi quantità di dati in informazioni fruibili dagli investitori, sia per scopi economici che politici. Molto rilevante, in parallelo, è stata anche la funzione di stabilizzazione del mercato finanziario operata dall’agenzia.

La crescita della Dagong si è consolidata con il passare degli anni, arrivando a mettere sotto osservazione il debito sovrano di cinquanta paesi che concorrono per oltre il 90% del PIL mondiale. Se esiste un possibile concorrente alle big three allora si tratta proprio della società cinese, che recentemente è balzata agli onori delle cronache per essere stata la prima agenzia a declassare il debito americano ad A (in realtà vi erano già stati in precedenza due declassamenti, datati giugno e novembre 2010), nello stesso periodo in cui si vociferava di una possibile bocciatura, poi puntualmente arrivata, da parte di S&P.

Analizzando i giudizi espressi si può evincere come, per certi versi prevedibilmente, i paesi occidentali gravati da un forte debito siano giudicati dalla Dagong in maniera più severa rispetto alle agenzie occidentali: la stessa, virtuosissima, Germania da tempo non può più fregiarsi della tripla A. Dalle parole del presidente della Dagong, Guan Jianzhong, si evince infatti che i criteri utilizzati per quanto riguarda la solvibilità di un debito sovrano si basano su valutazioni più a lungo termine. Mentre le big three fondano le proprie valutazioni sulle possibilità di un paese di far fronte al proprio debito, o a parte di esso, nel breve periodo, le analisi dei tecnici cinesi prendono in considerazione i fondamentali dell’economia e le sue possibilità di crescita futura, necessaria a ripianare le passività senza dover far ricorso ad altre forme di finanziamento esterno, che andrebbero ad aggravare ulteriormente i costi di tale servizio. Appare così ancora più evidente che alcuni paesi non europei, con la Cina in primis, godano di un rating più alto nelle stime della società cinese rispetto a quelle occidentali, come nel caso di India, Russia e Brasile (la BRI di BRICS).

dagong3In realtà, anche questo differente sistema di valutazione non è immune a diverse criticità. In primo luogo, infatti, la Dagong non è controllata dai propri azionisti come lo sono le big three, anche se tuttavia grava su di essa una certa dose di controllo da parte del governo cinese. Nonostante dal punto di vista formale Pechino non detenga più quote della società dal 1997, ed il presidente Guan assicuri che essa sia indipendente tanto dal potere politico quanto dalla Banca Centrale Cinese, resta innegabile che un così importante strumento politico-economico abbia attirato, e continuerà ad attirare, le attenzioni del potere centrale.

Tale supposizione, peraltro, risulta suffragata da alcuni indizi: dai report presentati dall’agenzia, ad esempio, si evince che il downgrading sia più rapido per i paesi legati agli Stati Uniti (Israele, Regno Unito, Romania, Filippine, Thailandia) o concorrenti della Cina nel mercato delle esportazioni (Francia, Germania). Allo stesso modo, i partners strategici tra i paesi BRICS ed i fornitori di risorse energetiche sembrano godere di un trattamento più comprensivo. A questi presunti favoritismi, che prospettano una frizione in grado di travalicare i limiti dei giudizi di solvibilità, si sono aggiunte le decisioni della Securities and Exchange Commission americana (SEC), che nell’ottobre 2010 ha rifiutato alla Dagong l’accreditamento ad operare nel mercato americano.

Entrambi i modelli presentano, quindi, diversi lati oscuri. Certo è che allo stato attuale l’unica reale sfida all’oligopolio di S&P, Moody’s e Fitch può arrivare dalla Dagong, anche alla luce del lento naufragio dell’idea di un’agenzia di rating europea, invocata da Sarkozy e rimasta, finora, lettera morta. Allo stesso modo si potrebbe, però, cercare di prendere il meglio dalle due esperienze per provare ad andare oltre: un’agenzia maggiormente slegata da criteri finanziari di breve periodo e non macchiata da possibili conflitti di interesse che, contemporaneamente, non sia ridotta a mero strumento delle necessità strategiche e geopolitiche del paese che la ospita.

 

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