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19Maggio2013

Luci e ombre dello sventato colpo di Stato in Costa d'Avorio

cote-divorie-1Lo scorso 12 giugno le autorità ivoriane hanno dichiarato di aver sventato un colpo di Stato mirante a rovesciare il governo in carica guidato da Allassane Ouattara e ad instaurare una giunta militare di transizione. Al ministro dell’interno, Hamed Bakayoko, è stato conferito l’incarico di informare la nazione attraverso l’emittente televisiva di Stato, RTI1. Invitato ad una trasmissione, ha dichiarato che i servizi segreti avevano già arrestato alcuni partecipanti al complotto e avrebbero proceduto alla rapida identificazione degli altri e, a conferma di ciò, ha mostrato il video che i congiurati pianificavano di mandare in onda dopo la presa di potere. "All state institutions are hereby dissolved. All political activities are suspended. A curfew has been put in place until further notice... All land, air and sea borders are closed," scandiva nel video la voce del colonnello Kate Gnotua, il portavoce del sedicente “Council of National Sovereignty” autore del complotto nonché l’ex capo della guardia presidenziale di Gbagbo.

Chi sono, dunque, i congiurati? Bakayoko ha rivelato che si tratta di mercenari liberiani - già accusati di aver ucciso sette peacekeepers dell’ONU due settimane fa - e di militari in esilio vicini all’ex Presidente Laurent Gbagbo. Non è un caso che le sue dichiarazioni seguano l’arresto in Togo di un alleato chiave di Gbagbo, l’ex ministro della Difesa Moise Lida Kouassi. Durante la perquisizione del suo computer, i servizi segreti ivoriani avrebbero scoperto il video in questione e i documenti riservati che rivelavano l’intenzione di rovesciare il governo in carica. Peraltro, lo stesso Kouassi è apparso in un video trasmesso da RTI1 nel quale confessava di aver partecipato alla cospirazione e si appellava alla clemenza presidenziale.

La notizia dello sventato complotto sembra rappresentare una inaspettata benedizione caduta nelle mani del presidente Ouattara e del suo governo, ormai in carica da un anno: infatti, i colpi di Stato falliti sono notoriamente un’ottima occasione per lanciare azioni di contropropaganda e consolidare il potere dei governi instabili.

Ricordiamo che Ouattara prese il potere dopo un decennio di guerra civile culminato nelle violenze post-elettorali del 2011, quando Gbagbo si rifiutò di lasciare la sua carica sebbene fosse stato formalmente sconfitto. Le forze dell’ex Presidente furono sbaragliate solamente dopo quattro mesi di violenze, recanti il pesante bilancio di 3.000 vite umane e oltre un milione di sfollati, e in seguito alla mobilitazione di un contingente francese per coadiuvare le milizie di Ouattara a sferrare l’ultimo decisivo attacco. All’insediamento del nuovo governo seguì un’azione di stabilizzazione caratterizzata dall’istituzione di una commissione per la verità e la riconciliazione e, soprattutto, dall’arresto ed estradizione verso l’Aia di Gbagbo, sul quale pendeva l’accusa di essere il responsabile indiretto di numerosi crimini contro l’umanità; nonostante ciò, neutralizzare l’opposizione leale all’ex presidente si è rivelato un compito più difficile del previsto e ora lo sventato colpo di Stato sembra essere la scusa ideale per permettere al governo in carica di liberarsi degli ultimi “residui” del vecchio regime. Tra l’altro, occorre sottolineare che la notizia del fallito colpo di stato è arrivata dopo l’uccisione di altre quattro persone al confine con la Liberia, dove l’ONU sta ancora conducendo indagini per accertare le responsabilità dell’agguato mortale teso ai suoi peacekeepers lo scorso 8 giugno.

ouattara gbaboSia il tentativo di rovesciare il governo sia le violenze al confine con la Liberia sono però il sintomo di un problema più ampio. Sebbene le accuse contro Gbagbo siano gravissime e inconfutabili, egli rappresenta ancora una consistente parte della popolazione. Ricordiamo che alle elezioni presidenziali del 2011, Ouattara vinse di misura sul suo avversario e che, dopo l’insediamento del nuovo governo, gli oppositori politici sono stati progressivamente privati dei loro diritti, imprigionati o costretti alla latitanza. Molti miliziani fedeli a Gbagbo sono fuggiti attraverso il confine con la Liberia e da lì continuano ad operare con relativa impunità, reclutando bambini soldato (come è stato recentemente denunciato da Human Rights Watch) e tendendo agguati mortali alla popolazione.

Fino ad ora le politiche del governo sono apparse più improntate all’esasperazione delle divisioni già esistenti nel Paese e alla loro attivazione in chiave etnica e religiosa - al fine di mobilitare i gruppi di sostenitori - piuttosto che alla promozione dell’unità nazionale. Pertanto, la gestione delle ultime minacce alla sua presidenza svelerà se Alassane Ouattara intende continuare a perseguire un approccio unilaterale alla stabilizzazione politica e sociale in Costa d’Avorio, approccio che potrebbe sì condurre ai risultati sperati nel breve periodo, ma che di sicuro comporterà un processo di riconciliazione più travagliato nel lungo periodo.

 

Contatta l'autore:                    Martina Orlandi                     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

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