Il Giappone di fronte ai fantasmi del passato
- In Asia - Pacifico
- Ultima modifica il 16 Giugno 2012
- By Andrea Passeri
Era riuscita a sfuggire alle autorità giapponesi per quasi vent’anni, ritirandosi in un quartiere ormai fatiscente nell’area industriale di Kawasaki. Conduceva un’esistenza modesta e sotto falso nome insieme al suo compagno, evitando di attirare l’attenzione dei vicini. La vita sonnolenta dell’estrema periferia di Tokyo, che l’aveva aiutata a mimetizzarsi durante tutto questo tempo, è stata però definitivamente scossa all’alba di domenica 2 giugno, quando le forze di polizia hanno fatto irruzione nell’appartamento dei coniugi Hiroto Takahashi e Chizuko Sakurai, a seguito di una soffiata ben precisa: quest’ultimo, infatti, altro non è che lo pseudonimo dietro il quale si nascondeva Naoko Kikuchi, 40 anni, esponente di spicco della setta religiosa Aum Shinrikyo (da una fusione di sanscrito e kanji traducibile come ‘suprema verità’), responsabile degli attentati a base di gas sarin nella metropolitana di Tokyo del 20 marzo 1995.
Ultima, assieme a Katsuya Takahashi, dei latitanti della setta, la donna ebbe un ruolo di primo piano in quel tragico giorno di diciassette anni fa, che perdura nella memoria storica del paese come l’atto terroristico più grave compiuto sul suolo giapponese: una ferita mai completamente cicatrizzata che, dopo la notizia del suo arresto e della clamorosa latitanza a pochi passi da Tokyo, è tornata a sanguinare.
L’attentato, che costò la vita a tredici persone e ne avvelenò un migliaio, fu compiuto riempiendo bottigliette e portavivande con del gas sarin allo stato liquido, un agente nervino altamente tossico e volatile sviluppato negli anni ’30 dagli scienziati nazisti: nonostante sia un composto dall’incredibile potere letale, il sarin può essere infatti sintetizzato agevolmente da un chimico con buona esperienza, utilizzando ingredienti reperibili sul mercato. Gli oggetti contaminati furono poi posizionati su cinque diverse linee della metropolitana che convergevano presso la stazione di Kasumigaseki, dove si raccolgono numerosi ministeri e agenzie governative. Una volta bucati con delle semplici punte d’ombrello scatenarono all’istante malori e convulsioni, disseminando il panico in una delle arterie vitali per il traffico di pendolari della capitale nipponica.
Il massacro perpetrato da Aum Shinrikyo gettò il mondo intero nello sgomento: si rompeva infatti definitivamente quella rappresentazione a tratti idilliaca della società giapponese impostasi nel dopoguerra, votata all’efficienza, alla prosperità economica e praticamente immune ai fenomeni di ordinaria criminalità. In aggiunta, la relativa facilità con la quale era stato portato a compimento rappresentava un monito per la comunità internazionale sul potenziale distruttivo esercitabile da gruppi terroristici anche numericamente ridotti, qualora fossero venuti in possesso di armi di distruzione di massa.
Lo shock fu duraturo: per anni il paese si interrogò sui motivi che avevano spinto alcuni dei giovani più promettenti e meglio educati della società giapponese ad abbracciare il credo confuso e distruttivo di Shoko Asahara, il fondatore della setta che preconizzò un’imminente fine del mondo, scatenata dallo scoppio di una terza guerra mondiale fra Stati Uniti e Giappone, a cui si sarebbero sottratti i soli ‘eletti’ .
La rigida educazione alla quale veniva sottoposta la gioventù, caratterizzata dalla pressione sociale sulle performance scolastiche e lavorative, lasciava infatti inascoltata ogni istanza di espressione individuale e spirituale: Asahara fu abile a pescare in questo vuoto, offrendo ai giovani che gli si avvicinavano una dottrina che fondeva elementi propri dell’Induismo e del Buddhismo con costanti rimandi al concetto di apocalisse. Il seguito che ottenne, peraltro, testimoniò la vulnerabilità di significative fette della popolazione di fronte ai richiami di un leader carismatico, che prometteva una nuova ragione di vita in grado di spezzare le pastoie di una società votata al conformismo e alla conservazione.
Con il passare del tempo, ed in parallelo alla cattura degli artefici dell’attentato, questo esame di coscienza collettivo avviato all’indomani della strage ha tuttavia lasciato il posto a forme di contrasto più ortodosse: nel gennaio del 2000 venne creata una task force speciale della Public Safety Intelligence Agency (PSIA) con il compito di sorvegliare la setta, che nel frattempo si era incamminata lungo un complesso percorso di trasformazione interna culminata nel cambio del nome in Aleph. Il processo a Shoko Asahara si protrasse dal 1996 al 2004, quando, esauriti i gradi di ricorso, gli venne confermata la pena di morte. Contestualmente il controllo di Aum Shinrikyo era passato nelle mani di Fumihiro Joyu, un membro anziano precedentemente a capo del ‘ramo’ russo di Aum, portatore di una riforma dottrinale volta a disconoscere l’utilizzo di metodi violenti al fine di ripulire l’immagine del gruppo. Nel 2007 le due anime in competizione all’interno della setta si scindono definitivamente fra i sostenitori di Joyu ed i ‘fondamentalisti’, nostalgici della leadership di Asahara.
La cattura di Naoko Kikuchi, che ha innescato la caccia all’ultimo dei latitanti, ha quindi destato gli inquietanti fantasmi del passato nella coscienza di una società già profondamente prostrata dall’altro grande disastro nazionale di Fukushima, del quale si è celebrato il primo anniversario soltanto tre mesi fa. Gli sviluppi nelle indagini connessi agli eventi delle ultime settimane, che mirano a chiarire alcuni punti ancora oscuri del piano golpista di Aum fallito nel ’95, promettono quindi di ritardare ulteriormente la chiusura di questa triste pagina di storia, così come l’esecuzione di Asahara e degli altri membri della setta che attendono nel braccio della morte.
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