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21Maggio2013

L'originale posizione del Sudafrica in risposta alla crisi siriana

brics 2012 6 1 we are the champions of the worldL’attentato di Houla del 25 maggio scorso segna un punto di cesura nelle relazioni tra Siria e resto del mondo. In seguito all’uccisione di più di 100 civili – in maggioranza bambini - ad opera dei soldati di Damasco, molte potenze occidentali (Stati Uniti, Australia, Giappone, Canada, e numerosi Paesi dell’Unione Europea) hanno espulso la rappresentanza diplomatica siriana dal loro Paese per dare un messaggio forte al regime di Bashar al-Assad: il dittatore è sempre più solo e la sua posizione appare sempre più precaria. Il conflitto interno al Paese medio orientale ha assunto infatti una dimensione allarmante e conta circa 10.000 morti dal suo inizio.

In questo quadro internazionale costituito da una presa di distanza forte – seppur tardiva – nei confronti del regime, e da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che si susseguono da mesi e si scontrano con il veto di Cina e Russia, il Sudafrica ha assunto una posizione originale. In sede di voto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Paese ha infatti votato a favore della risoluzione di condanna nei confronti del massacro sostenendo pienamente la missione di inchiesta ONU ma, a differenza delle altre potenze, il Sudafrica non ha chiuso la sua ambasciata a Damasco, né ha espulso i rappresentati diplomatici siriani dal Paese.

Questa decisione non può essere compresa se non si tiene a mente il fatto che il Paese fa parte del gruppo BRICS, il gruppo di economie emergenti costituito da Brasile, Russia, India, Cina, e Sudafrica, il quale ne è diventato ufficialmente membro nel 2011 quando ha partecipato al terzo meeting del gruppo in Cina. Il suo ingresso nell’esclusivo club ha inizialmente suscitato scalpore, dal momento che la crescita economica del Paese (2.8% nel periodo 2007-2011, secondo la Banca Mondiale) è nettamente inferiore a quella di altre potenze emergenti, come il Messico (5.5%) o la Turchia (9%). Nondimeno, esso ricopre un’importanza strategica fondamentale e l’ingresso del Sudafrica nel gruppo segna la trasformazione del club da esclusivamente economico a politico. L’obiettivo dei BRICS sembra infatti essere quello di creare un gruppo di potenze emergenti in grado di controbilanciare le potenze occidentali e di far sentire la propria voce all’interno della comunità internazionale.

L’appartenenza a questo gruppo rafforza considerevolmente il potere di ognuno di questi Paesi, ma allo stesso tempo limita la possibilità di decisioni politiche autonome, dal momento che crea un legame forte tra le potenze appartenenti al gruppo. Nelle situazioni critiche, si ripresenta quindi il problema della cooperazione: l’unione fa la forza, ma comporta anche una limitazione della libertà dei singoli.

La crisi siriana rappresenta un esempio magistrale dell’azione dei BRICS: invece che seguire i passi delle potenze occidentali, essi hanno scelto sì di condannare le massicce violazioni dei diritti umani compiute dall’esercito di al-Assad, ma allo stesso tempo sostengono da tempo la necessità di un processo negoziale interno, che rispetti la sovranità della Siria.

Nel marzo 2012 si è tenuto il quarto summit BRICS, conclusosi con la Dichiarazione di Delhi, in cui è stato ufficialmente affermato che il dialogo è l’unica soluzione possibile alla crisi siriana ed è stato dato pieno appoggio al processo di pace promosso dall’inviato internazionale Kofi Annan.

Il Sudafrica, dal canto suo, ha ripetutamente condannato la violenze commesse dall’esercito di al-Assad, tuttavia la sua posizione – evidente dalla decisione di non interrompere i rapporti diplomatici con Damasco – è quella di rispettare e sostenere il principio di non interferenza negli affari interni della Siria. Questa decisione politica non può che essere connessa all’appartenenza del Paese ai BRICS accanto a Russia e Cina, i due membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che pongono costantemente il veto a risoluzioni volte a rovesciare con la forza il regime dittatoriale di al-Assad.

Il Sudafrica, che rappresenta il Paese membro più giovane del gruppo, non è ovviamente interessato a fomentare una crisi diplomatica con i suoi partner, ma questa decisione non è accolta con favore unanime. All’interno del Paese, la Democratic Alliance (DA) ha sostenuto con forza la necessità di schierarsi con le potenze occidentali nell'inviare un segnale chiaro al regime di al-Assad. Per voce del ministro-ombra delle relazioni internazionali e della cooperazione, Ian Davidson, la DA si è spinta fino ad indicare tre misure che il Sudafrica dovrebbe prendere nei confronti della crisi siriana: richiamare la sua rappresentanza diplomatica, utilizzare la sua posizione all’interno dei BRICS per fare pressione su Russia e Cina affinché autorizzino una maggiore pressione internazionale su al-Assad, e unirsi al Friends of Syria Group, un gruppo creatosi al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che cerca soluzioni alternative alla crisi.

L’eco per la richiesta di un’azione decisiva è stata amplificata da Avaaz, una NGO specializzata nelle fare pressioni per fermare atrocità e violazioni dei diritti umani.

Malgrado questi appelli il portavoce del Ministro degli Esteri sudafricano, Clayson Monyela, ha però affermato che: “South Africa is not going to comment on the actions of other countries, that is their business. They can do what they see fit but we still believe Annan’s six-point peace plan for Syria is implementable”. 

Al di là delle critiche, la posizione del Governo sembra trovare ancora appoggio: il professore Shadrack Gutto dell’African Renaissance Department, Università del Sudafrica, ha infatti affermato: “We can’t simply jump on the band wagon and call for regime change or expel diplomats. But at the same time, South Africa needs to come out and make it abundantly clear that the government and insurgents [have] a responsibility to keep innocent civilians out of their war”.

sudafrica 2Per inquadrare la posizione del Sudafrica riguardo alla Siria, occorre far riferimento però anche alla sua appartenenza al gruppo IBASA, costituito da India, Brasile e Sudafrica, che condivide strategie di politica economica ed estera e ha come obiettivo primario quello di promuovere la cooperazione tra i Paesi del Sud del mondo. Questo forum trilaterale inviò, nell’agosto 2011, una delegazione a Damasco per discutere la crisi siriana con il Presidente al-Assad e l’allora Primo Ministro al- Mu’allim: in questa occasione i tre Paesi partner condannarono all’unanimità le violenze commesse dall’esercito siriano, ribadendo, al contempo, il loro rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale della Siria. Dal canto suo, il Presidente al-Assad non seppe far di meglio che riconoscere di aver commesso “qualche errore” nel reprimere le prime proteste popolari, esprimendo il suo impegno nella direzione di riforme democratiche.

La posizione del Sudafrica riguardo alla crisi siriana si legittima e si rafforza quindi nel quadro delle sue relazioni con le altre economie emergenti. Essa, tuttavia, ha attirato critiche da Human Rights Watch e dall’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, Navi Pillay, ex giudice dell’Alta Corte sudafricana, che ha espresso rammarico riguardo alla reazione sudafricana alla crisi siriana.

Sarà interessante osservare le reazioni future del Sudafrica nei confronti della situazione siriana alla luce del suo ruolo all’interno delle recenti alleanze tra economie emergenti.

 

Contatta l'autore:                  Tania Abbiate               Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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