I colloqui di Ginevra fra Stati Uniti e Iran, alla ricerca di un accordo dal carattere epocale, hanno provocato reazioni differenti nel mondo occidentale e nel mondo arabo. Anche dopo la temporanea sospensione delle trattative, persiste la sensazione che l’Iran possa essere accettato nella società diplomatica dopo decenni di vita…
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I colloqui di Ginevra fra Stati Uniti e Iran, alla ricerca di un accordo dal carattere epocale, hanno provocato reazioni differenti nel mondo occidentale e nel mondo arabo. Anche dopo la temporanea sospensione delle trattative, persiste la sensazione che l’Iran possa essere accettato nella società diplomatica dopo decenni di vita internazionale da stato pariah. Un’indicazione su tutte: la telefonata fra il presidente dell’Iran Rouhani e Obama. L’atteggiamento americano ha causato preoccupazione fra alcuni dei suoi principali alleati. Israele si è dichiarato contrario ad un accordo sul nucleare con l’Iran. La Francia, anche se senza dichiarazioni eclatanti, si è rivelata altrettanto reticente facendo di fatto saltare i colloqui diplomatici delle ultime settimane. Per l’Arabia Saudita un eventuale accordo fra Iran e Stati Uniti sembrerebbe un punto di arrivo, anche se temporaneo, di un percorso di graduale allontanamento. Una panoramica sullo sviluppo delle relazioni fra questi paesi e uno sguardo alla teoria delle alleanze possono darci alcune indicazioni sul futuro del Medio Oriente.

Schematizzando al massimo la situazione diplomatica fra Arabia Saudita, Iran e USA, fino a poco tempo fa, i rapporti erano di alleanza e cooperazione fra Arabia Saudita e USA, mentre l’Iran si contrapponeva ad entrambi in un rapporto di sfida e competizione. Per quanto possa sembrare velleitario il tentativo di competizione fra un paese come l’Iran e la più grande potenza globale, bisogna comunque ricordare la retorica infiammata dell’ex presidente Ahmadinejad contro il “Grande Satana” e le reiterate minacce contro Israele, principale partner a stelle e strisce della regione.

La rivalità fra Teheran e Riyad ha radici profonde. In primo luogo i due paesi sono in competizione a causa della grande ricchezza energetica: entrambi puntano ad essere grandi produttori petroliferi. Inoltre, essi sono agli antipodi anche dal punto di vista ideologico, difensore del credo sciita l’uno e di quello sunnita l’altra. Le sanzioni economiche hanno indebolito l’Iran e, dal punto di vista energetico, l’Arabia Saudita occupa oggi la posizione egemonica che un tempo era prerogativa iraniana: l’Arabia Saudita è infatti il paese leader dell’OPEC (Organizzazione dei Peasi Esportatori di Petrolio), ma ai tempi dello Scià, ovvero prima della Rivoluzione del ’79, tale posizione era occupato dall’Iran.

Arabian Peninsula dust SeaWiFSSe tuttavia dal punto di vista economico il predominio dell’Arabia Saudita è fuori discussione, dal punto di vista politico l’Iran sembra essersi mosso con maggiore abilità. Le azioni statunitensi si sono dimostrate poco energiche nei confronti di Teheran e dei suoi alleati o sono arrivate addirittura a favorire indirettamente gli iraniani. Questo atteggiamento han suscitato proteste e preoccupazione da parte dell’Arabia Saudita e il rapporto privilegiato che lega la monarchia saudita a Washington è oggi in discussione.

Le origini dell’alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita risalgono alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Eppure nell’ultimo decennio la relazione che lega i due paesi è stata scossa da diverse scelte di Washington, a partire dalla Guerra in Iraq. La caduta di Saddam Hussein e l’insediamento di un regime a prevalenza sciita hanno favorito l’Iran, che supporta il nuovo stato iracheno ed ha collaborato con esso alla costruzione di pozzi petroliferi oltre che allo sviluppo di un notevole scambio commerciale. Al contrario, l’Arabia Saudita, che non ha potuto fare nulla per mantenere Baghdad nella propria orbita, non intrattiene rapporti diplomatici con l’Iraq ed è stata accusata di fomentare la guerra civile supportando le truppe irregolari sunnite. In seguito è venuta la Primavera Araba con la caduta del regime di Mubarak. Anche in questo caso, l’Arabia Saudita ha addossato parte della responsabilità a Washington per il mancato sostegno del regime egiziano. Infine: la Siria. Dopo anni di guerra civile, il governo di Assad appare ancora abbastanza solido e potrebbe avere la meglio sui frammentati gruppi ribelli. Damasco è il principale alleato di Teheran nella regione, la monarchia saudita imputerebbe un suo successo anche al non-intervento americano.

Recentemente l’Arabia Saudita ha mandato messaggi inequivocabili al suo alleato occidentale: in primo luogo ha rifiutato il posto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per protesta nei confronti del comportamento americano, inoltre ha dichiarato, tramite Bandar bin Sultan, il capo dell’intelligence saudita, di essere pronta ad allontanarsi da Washington.

Una tensione di questo tipo è largamente spiegata dalla teoria delle alleanze, sviluppata da studiosi come G. H. Snyder. Essa ci aiuta a capire le dinamiche che si sviluppano fra stati alleati e come reagiscono gli uni alle scelte dell’altro. Come nel caso qui analizzato: “agire in modo conciliatorio con l’avversario può essere percepito dall’alleato come un primo passo verso un riallineamento e causarne la defezione”.

I negoziati di Ginevra riapriranno il 20 novembre. Un riallineamento degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran non è cosa scontata, vista la resistenza che Kerry ha incontrato sia da parte degli alleati che, sul fronte interno, dal partito repubblicano. Ma se la normalizzazione con Teheran dovesse essere completa, cosa accadrebbe ai rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita? La teorie delle alleanze prevede che ad un riallineamento degli Stati Uniti di questo tipo corrisponda un cambio di allineamento parallelo da parte dell’Arabia Saudita, o per lo meno qualche «giro di walzer», per dirlo con la famosa espressione di Bülow.

Tuttavia, la teoria funziona meglio se applicata in un sistema multipolare. Data la situazione attuale, l’Arabia Saudita dove potrebbe trovare un alleato all’altezza degli Stati Uniti? Non nella Russia che ha forti legami diplomatici con Teheran. Non nella Cina che si è largamente tenuta fuori dal Grande Gioco mediorientale e che è uno dei pochi clienti del petrolio iraniano. Tutto sommato, l’Arabia Saudita potrebbe essere costretta a fare buon viso a cattivo gioco, al fine di evitare un potenziale isolamento diplomatico. Non si vedono partner disponibili. La sala da ballo è vuota.

Jacopo Gattanella      Jacopo.gattanella@hotmail.com