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Il perdurante conflitto in Ucraina ha stimolato un dibattito sulla condotta russa, spesso indicata come “ibrida”. Il tema merita un interesse ben maggiore di quello che gli è stato dedicato nel nostro Paese, non solo per la sua rilevanza a livello di attualità e per le potenziali contromisure da adottare, ma anche dal punto di vista teorico.

Nell’ultimo biennio si è registrata una comprensibile attenzione da parte di studiosi e analisti nei confronti delle modalità belliche impiegate dalla Federazione Russa in Ucraina. Secondo non pochi esperti, il peculiare mix di strumenti e tecniche convenzionali e non convenzionali ricade nella categoria dei cosiddetti conflitti ibridi, elaborata dopo le ostilità israelo-libanesi del 2006.

Questa definizione fa riferimento alla fusione delle due tradizionali tipologie di strumenti e modalità belliche: quelli regolari (o convenzionali) e quelli irregolari (o non convenzionali). Un approccio multiforme, che può essere impiegato tanto da attori statuali quanto da attori non-statuali, e che si basa su un oculato bilanciamento di modalità differenti. Tra queste: capacità convenzionali, tattiche asimmetriche, operazioni informative, e uso di tecnologie di punta (come armi avanzate o strumenti cibernetici).

In Ucraina, numerosi esperti hanno riscontrato un largo impiego di guerra informativa e forze speciali (soprattutto del GRU), milizie irregolari (come il Battaglione Vostok), guerra cibernetica ed elettronica, attività di deception (maskirovka, nella dottrina russo/sovietica) e sovversione (influenza, uso di proxy e altre componenti delle classiche misure attive sovietiche). Un mix accompagnato da un sapiente utilizzo del fattore sorpresa, da pressioni economiche (ad esempio energetiche) e da minacce di escalation del confronto.

Un così efficace uso di questo modus operandi, che coinvolge anche fattori non strettamente militari, è dovuto anche ai particolari contesti sociali e geografici. Requisiti imprescindibili sono stati infatti la presenza di una buona conoscenza delle zone interessate, gruppi etnici legati al Paese belligerante e fratture nella società avversaria manipolabili ai propri scopi. Altri fattori rilevanti risultano la collocazione geografica delle aree in questione e la preesistente disponibilità in loco di asset, non solo militari, sotto la copertura del Trattato bilaterale di amicizia, cooperazione e partenariato del 1997.

Gerasimov ENGLa base teorica di questa strategia è stata individuata nelle elaborazioni di militari quali Sergej Čekinov, Sergej Bogdanov e Valerij Gerasimov, autori dei concetti di “guerra di nuova generazione” e di “guerra non lineare”. Nelle relative analisi gli autori, imputando a loro volta all’Occidente l’impiego di modalità “ibride”, buy modafinil ribadiscono la centralità degli strumenti non militari nell’era moderna, con al centro l’idea di influenza strategica, più che di forza bruta. Nelle parole di Gerasimov, Capo di Stato Maggiore delle forze armate russe, «il ruolo degli strumenti non-militari nel conseguimento di obiettivi strategici politici e militari è cresciuto e, in molti casi, questi strumenti hanno superato il potere delle armi in quanto a efficacia». Ma, oltre all’idea di cambiamento nelle “regole della guerra”, non va sottostimato il fatto che fattori indiretti o asimmetrici avessero già profonde radici nella tradizione militare russa. Una evoluzione quindi, più che una rivoluzione.

Non pochi hanno quindi impiegato, nel caso ucraino – dalla comparsa degli “omini verdi” in Crimea alla destabilizzazione delle regioni orientali – termini quali guerra “non lineare”, “ibrida”, “ombra” o “ambigua”. Vari accademici e analisti hanno poi ripreso il concetto, seguendo, in certo senso, quei commentatori che avevano guardato al mix di strumenti, spesso irregolari, sovversivi o asimmetrici, impiegati da Mosca in Ucraina, come a una “reinvenzione” della guerra da parte del Cremlino.

Non tutti gli esperti sono tuttavia concordi nel definire la condotta bellica russa in Ucraina come una manifestazione di ostilità ibride. Alcuni analisti sono stati prudenti, segnalando alcune note di cautela. Innanzitutto, si è parlato di un utilizzo troppo generico della nozione di guerra ibrida, oltre che della tendenza a leggere novità laddove non ve ne siano, canadian pharmacy online inquadrando il ruolo russo tra le consuete modalità di ingerenza degli Stati.

Secondo altri, interpretare le azioni russe in Ucraina in quest’ottica risulterebbe fuorviante, in quanto questo approccio difficilmente costituirebbe un modello per la futura proiezione della Federazione in altre aree geografiche. In altre parole, si starebbero elevando eventi specifici, possibili soltanto in virtù di precisi presupposti, a una dottrina coerente e generale. Per di più, un simile mix di strumenti sfuggenti non è certo una novità per Mosca, considerando la sua esperienza nella “coercizione soft”.

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A ogni modo, l’utilizzo del concetto di hybrid war si è andato diffondendo, mentre le istituzioni occidentali hanno studiato il tema, intraprendendo una riflessione circa le vulnerabilità presenti e le contromisure da implementare. Altri esperti hanno preferito concetti differenti, anche se spesso non troppo distanti, come quelli di guerra limitata, conflitto full-spectrum, o salami slicing (una tecnica incrementale che, tramite l’accumulazione di piccoli risultati, minimizza la reazione dell’avversario).

È stata inoltre tentata l’elaborazione di una coerente teoria della guerra ibrida, collegando e reinterpretando le evidenze emerse. Alexander Lanoszka ha notato come la guerra ibrida o non lineare di Mosca rappresenti un tipo di strategia, e non una forma di conflitto. Contrariamente a quanto è stato sostenuto, un approccio ibrido non denota necessariamente debolezza, bensì una posizione di vantaggio. L’autore evidenzia quattro condizioni che possono portare a scegliere questa postura: la detenzione di una “local escalation dominance”, la volontà di espandere la propria sfera di influenza e di rivisitare lo status quo vigente, la possibilità di sfruttare fratture nella società avversaria, e il legame con alcuni referenti locali.

La prima condizione definisce un attore nella posizione di minacciare e sostenere un’escalation locale, non globale, che dissuada il soggetto colpito da una reazione, mentre la seconda constata come questo genere di strategia si addica alle potenze che intendono modificare gli equilibri attuali. Il terzo presupposto è diretta conseguenza della mancanza di una forte società civile nello Stato aggredito, una condizione che canadian pharmacy viagra può non essere estranea all’interessamento dell’attore belligerante. L’ultimo requisito, anch’esso condizionabile esternamente, fornisce i rilevanti vantaggi di apportare legittimità all’intervento (come la “tutela” dei russi etnici), fungere da elemento propagandistico e fornire rilevanti agganci nella realtà locale (di tipo informativo, logistico, ecc.).

In questo senso, la guerra ibrida è intesa come una strategia offensiva di una potenza tendenzialmente revisionista, che mira a localizzare un conflitto, applicando un mix di tecniche che minino l’integrità territoriale del Paese obiettivo, sovvertano la sua coesione politica, e colpiscano la sua economia.

Il concetto di guerra ibrida è stato infine impiegato, in senso più ampio, per riferirsi alle sempre più evidenti campagne di propaganda e influenza attivate in pieno territorio europeo, come dimostra la recente attenzione al caso della Germania. E proprio in quest’ottica andrebbe guardato, in particolare, l’ormai evidente impiego a proprio favore di taluni settori politici occidentali, tra cui i poli estremi dello spettro politico.

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Come rileva la maggior parte degli analisti, le minacce ibride risultano, per loro stessa natura, difficilmente contrastabili da parte di meccanismi militari orientati in senso convenzionale, come la NATO. E proprio l’Alleanza atlantica ha di recente focalizzato l’attenzione su questo tipo di sfida, che mira appositamente a restare sotto la soglia del conflitto aperto, scardinando potenzialmente l’articolo 5 del Patto, con grave danno alla capacità deterrente e, in prospettiva, alla stessa tenuta dell’istituzione.

Due aree sono risultate particolarmente rilevanti: quella geografica dei Paesi baltici, particolarmente esposti a questo approccio, e quella tematica della guerra informativa. In quest’ultimo senso, si registra una rinnovata attenzione al tema, con alcuni primi tentativi occidentali di replica alla propaganda della Federazione, nonché il delineamento di una cooperazione tra istituzioni europee e atlantiche. Una componente troppo a lungo trascurata e sottostimata, considerata la portata della proiezione informativa della Federazione nello spazio post-sovietico e perfino in Occidente. L’attenzione russa al conflitto psicologico e informativo, già specialità degli apparati sovietici civili e militari, non è infatti calata dopo la fine della Guerra fredda e continua a costituire un tema centrale nella riflessione degli specialisti.

Gli avvenimenti ucraini e il dibattito sugli strumenti ibridi o non lineari dimostrano infatti la rilevanza e l’attualità del tema degli strumenti sfuggenti nella “cassetta degli attrezzi” di Mosca, tra cui spiccano le forze speciali, la propaganda e le operazioni d’intelligence. Tematiche troppo spesso trascurate dopo la fine del conflitto bipolare e relegate in strettissime comunità, o persino in singoli individui, che da tempo lamentano il disinteresse dei decisori. Come ha evidenziato Mark Galeotti, uno dei pochi studiosi specializzati in quest’area, conosciamo a stento il nome di alcune importanti strutture dei servizi della Federazione. La vasta gamma di tecniche sovversive in cui eccelle Mosca sin dai tempi dello zar è assente dalle cronache ma non certo dall’impiego concreto, prima all’interno del cosiddetto “estero vicino”, e in seguito anche in quello “lontano”. Tecniche quali quelle della provokacija e della dezinformacija, il rinnovato attivismo dei servizi russi in Occidente, l’impiego di una gamma di strumenti che va ben oltre ilsoft power”, evidenziano questa dinamica.

In conclusione, l’acceso dibattito sulla presunta hybrid war è sintomo del riaffacciarsi del tema dei “nuovi conflitti”, ovvero di come l’evoluzione della guerra segua gli sviluppi politici, economici, sociali e tecnologici. Un argomento che, dalla fine del confronto bipolare, è stato ampiamente trattato a livello teorico, dando vita a categorie interpretative che hanno regolarmente sollevato dispute tra gli esperti. Tra queste richiamiamo, oltre alla guerra ibrida, i concetti di guerra “di quarta generazione” (4GW), “senza limiti” (dei colonnelli cinesi Liang e Xiangsui) e “full-spectrum”. Come testimonia la discussione in materia di ibridazione dei conflitti e di “zone grigie”, questo dibattito è destinato a continuare in futuro.

Di Alessandro Pandolfi (alessandro.91.pandolfi@gmail.com)