L’Asia centrale post-sovietica è solitamente considerata una regione immune dall’influenza del radicalismo islamico. Tuttavia esistono gruppi fondamentalisti nutritisi all’ombra dei talebani afghani. Uno di questi è il Movimento islamico dell’Uzbekistan, di cui ripercorriamo le tappe principali. Il rapido emergere di movimenti islamici dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica ha contribuito…
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L’Asia centrale post-sovietica è solitamente considerata una regione immune dall’influenza del radicalismo islamico. Tuttavia esistono gruppi fondamentalisti nutritisi all’ombra dei talebani afghani. Uno di questi è il Movimento islamico dell’Uzbekistan, di cui ripercorriamo le tappe principali.

Il rapido emergere di movimenti islamici dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica ha contribuito a minare la stabilità politica, economica e sociale dei nuovi Stati indipendenti dell’Asia centrale. Questi gruppi hanno accolto l’Islam come fonte ideologica dei loro principi, e soprattutto hanno lottato per la creazione di uno Stato islamico governato sulla base della legge della shari’a e posto sotto il governo di un califfo. I metodi utilizzati differiscono tra i diversi movimenti sviluppatisi nell’area: essi spaziano dalla nonviolenza fino all’opzione più estremista di tutte, ovvero quella di condurre una jihad armata. Due tra i principali gruppi fondamentalisti sono Hizb Ut-Tahrir, ovvero il Movimento islamico di liberazione, e il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU). Il primo si caratterizza per un approccio non-violento, mentre il secondo è considerato come vera e propria organizzazione terroristica. Oltre a essere il più duraturo e più influente nell’area, esso mantiene rapporti con i talebani in Afghanistan.

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La causa principale dell’emergere di questi movimenti è la natura repressiva dei governi dell’area. Contrariamente a quanto auspicavano i leader occidentali nei primi anni Novanta, dopo la caduta del comunismo la leadership politica delle cinque Repubbliche centrasiatiche ha istituito regimi che non differiscono di molto da quelli precedenti per repressione e autocrazia. Fatta eccezione per il presidente del Kirghizistan Askar Akayev, giunto al potere mediante elezioni democratiche, tutti gli altri leader sono vecchi governanti comunisti trasformatisi in autocrati locali. La repressione politica si estende alla sfera religiosa: anche se l’Islam è tollerato e le Costituzioni sanciscono la libertà religiosa, esso è stato sottoposto, fin dall’inizio dell’era post-comunista, a un rigoroso controllo governativo (tutti i partiti a base religiosa sono vietati, eccetto in Tagikistan a partire dal 2000). La mera pratica religiosa è spesso identificata con il fondamentalismo. Le misure repressive variano per intensità e ampiezza tra i vari Paesi, ma il risultato sui gruppi islamisti è stato molto simile: ha stimolato la crescita di un nuovo radicalismo religioso post-comunista. Il contesto politico-economico centro asiatico è inoltre caratterizzato da alti livelli di povertà, corruzione e disoccupazione, che hanno contribuito alla profonda insoddisfazione della popolazione. La tensione sociale è stata infine aggravata da scontri etnici e dal vuoto di valori creato dalla fine del comunismo. L’Islam è divenuto dunque una fonte d’identità alternativa, favorendo i possibili gruppi radicali nella zona.

Il Movimento islamico dell’Uzbekistan è la principale minaccia armata pan-islamista per la stabilità dell’Asia centrale. Esso fu fondato nel 1998 da due uzbeki musulmani: Džumabaj Achmadžanovič Chodžiev alias Namangani, definito il Che Guevara dell’islamismo, stratega militare e comandante dell’IMU, e il mullah Tahir Juldašev. Fin dalla sua fondazione, il Movimento ha avuto come obiettivo immediato la sconfitta, attraverso la jihad, del principale motore della persecuzione anti-islamista in Asia centrale: il presidente uzbeko Islom Karimov. Nell’Uzbekistan post-sovietico governato dal presidente Karimov, nazionalista con forti tendenze autoritarie, emersero diversi partiti islamici moderati, democratici e jihadisti, come il Birlik (Unità), l’Erk (Indipendenza) e la sezione uzbeka del Partito della rinascita islamica (Pri), creato alla fine degli anni Ottanta in tutta l’Urss. Tuttavia, al fine di difendere il suo regime autocratico, Karimov abolì questi partiti, ne arrestò i principali leader e attuò una massiccia ondata di repressione contro i musulmani della valle di Fergana. Questa politica anti-islamica, unita alle drammatiche condizioni di vita della popolazione, ha alimentato un Islam “vendicativo”, radicale e intollerante.

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L’obiettivo a lungo termine del Movimento è sempre stato quello di creare uno stato islamico transnazionale che includa l’intera l’Asia centrale, reclutando un esercito islamico con militanti provenienti da diversi Paesi, tra cui Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, o appartenenti a gruppi etnici originari di altre aree post-sovietiche, come ceceni, uiguri e dagestani. Centro dell’offensiva dell’IMU è la Valle di Fergana, al confine tra Uzbekistan e Kirghizistan. In passato in questa valle l’IMU ha ricevuto un grande sostegno da parte della popolazione locale. Al giorno d’oggi, le nazioni che si dividono questo territorio (Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan) considerano sia Hizb Ut-Tahrir, sia il Movimento islamico dell’Uzbekistan come gruppi terroristici: essi sono etichettati come entità wahabite che hanno fatto propria l’idea secondo cui la violenza debba essere usata contro i nemici dell’Islam. A livello nazionale, tutte le attività portate avanti dallo Stato per affrontare la minaccia delle organizzazioni terroristiche sono convogliate sotto la regola generale del «controllare l’Islam». L’IMU ha persino installato delle vere e proprie basi militari in Afghanistan, Tagikistan e Kirghizistan – quest’ultimo descritto come «base operativa in avanti» – e ha esteso la propria area operativa a Iran, Pakistan, Kazakistan e Cecenia. Le risorse economiche dell’IMU provengono da quattro fonti principali: la diaspora uzbeka che tutt’oggi risiede in Arabia Saudita, al-Qaeda, il traffico illegale di stupefacenti, e il sequestro di persona a scopo di estorsione. Come affiliato di al-Qaeda, il movimento non ha avuto grandi problemi a raggiungere un gruppo internazionale di sostenitori: il metodo più sicuro per comunicare è attraverso Internet, per mezzo di comunissime chat. Questi siti web non durano più di pochi giorni, così da evitare il rischio di essere localizzati dalle forze dell’ordine internazionali.

Il fatto che l’annuncio della formazione dell’IMU sia stato dato nella capitale afghana Kabul non può essere considerato come secondario. I talebani riuscirono a imporsi a Kabul nel 1996, dopo la guerra civile, e negli anni successivi consolidarono il proprio potere in tutto il Paese, dando protezione al gruppo terroristico di al-Qaeda. La formazione dell’IMU venne annunciata quando questi gruppi controllavano la maggior parte dell’Afghanistan. Namangani e Juldašev iniziarono a rafforzare i rapporti del Movimento con Bin Laden, leader di al-Qaeda. Questi si fecero ancora più stretti in concomitanza con l’invasione statunitense dell’Afghanistan e con la guerra al terrorismo, iniziata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Nella lotta contro le forze americane, i membri dell’ IMU, sostenuti dei talebani, crearono una base in un vecchio cotonificio nella provincia afghana di Kunduz. Tuttavia questa alleanza non durò a lungo e già nell’autunno del 2001 dimostrò la propria debolezza: dopo la battaglia di Kunduz, gli unici prigionieri effettivi erano i membri del Movimento, mentre i talebani passarono dal lato dei conquistatori e i pakistani – che avevano combattuto anch’essi contro le forze Usa – furono rimpatriati. A causa della presenza americana in Afghanistan e delle perdite subite dal Movimento – lo stesso Namangani morì a Kunduz durante i combattimenti – le attività di quest’ultimo si ridussero significativamente negli anni successivi.

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L’alleanza dell’IMU con i talebani è importante soprattutto per il suo impatto a livello internazionale. Infatti, come prevedibile, il presidente statunitense in carica, George W. Bush, incluse il Movimento nella lista dei gruppi terroristici. Tuttavia le azioni del movimento guerrigliero non passarono inosservate neppure ai governi dell’Asia centrale e alle potenze limitrofe. Per quanto riguarda gli Stato Uniti, negli anni Novanta il loro impegno nell’area era stato intermittente e senza una strategia chiara. Dopo il 2001, non poterono invece lasciare l’Asia centrale perché si tratta di una regione a maggioranza musulmana dove i sentimenti anti-americani non sono molto diffusi: un aspetto fondamentale per la “diplomazia pubblica”, strategia della guerra al terrorismo finalizzata a conquistare i cuori e le menti della comunità musulmana nel mondo. Dal canto suo, la Russia temeva che il fondamentalismo islamico si estendesse anche alla Cecenia in un periodo delicato delle relazioni tra Mosca e Groznyj. La Cina voleva invece evitare che le tendenze radicali potessero contagiare gli uiguri presenti sul proprio territorio. Infine, l’Iran ha accusato il Movimento di aver ucciso un numero elevato di sciiti in Afghanistan.

L’IMU non può essere pensato come un partito politico, o come un organizzazione per la democratizzazione. La sua forza risiede piuttosto nel fatto che opera in società chiuse fondate su norme repressive e autoritarie, i cui cittadini vivono nella miseria. Esso non ha come scopo quello di creare una piattaforma politica per il progresso delle condizioni di vita per la popolazione dell’Asia centrale, benché l’emiro del Califfato sognato dal Movimento dovrebbe poi provvedere a implementare politiche di welfare nell’area. Tuttavia, quando tutto il mondo si sta trasformando in un sistema graduale poliedrico, interconnesso e interdipendente, la formazione di un Califfato del settimo secolo non può essere considerata una reale alternativa politica. Nel momento in cui la liberalizzazione politica e lo sviluppo economico dovessero divenire fenomeni sistematici nell’area, il Movimento dovrà modificare profondamente, anzi creare, un proprio programma politico.

Letture di approfondimento:

Di Placido L., L’Asia Centrale post sovietica, tra islam tradizionale, radicalismo religioso e occidente. Le sfide alla governante, Ricerca C2/Z

Keppel G. (2004), Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Carocci Editore

Melvin N.J. (2004), Uzbekistan: Transition to Authoritarianism, Taylor and Francis